Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman, traduzione di Stefano Beretta, recensione di Daniela Domenici

Mi è stato regalato sulla scia del successo che sta avendo in tutto il mondo, ammetto che non ne avevo sentito parlare e mi sono quindi “avvicinata” con curiosità alle sue 338 pagine.

Vorrei innanzitutto fare i complimenti più calorosi al traduttore Stefano Beretta, non è un’opera facile ed è riuscito a renderla egregiamente in lingua italiana.

Quella della trentenne Eleanor è una storia lenta, che si dipana goccia a goccia, quasi come un giallo; infatti solo alla fine sapremo, insieme a lei, cosa le sia successo quando aveva dieci anni e come sia cambiata la sua vita per questo evento traumatico. È soprattutto una storia di estrema, infinita solitudine ma anche di un’infanzia mai vissuta perché carente di amore, attenzione, abbracci, autostima.

Straordinarie le descrizioni psicologiche delle poche persone che riescono a interagire con lei, a scalfire la corazza che si è costruita per sopravvivere: il collega Raymond e la sua mamma, l’anziano Sammy e la sua famiglia e la gatta Glen.

Originalissimo il titolo “Eleanor Oliphant is completely fine” che non è assolutamente vero, come scopriremo sin da subito, ma che suona come un augurio perché davvero Eleanor, finalmente, possa stare benissimo, se lo merita e tutti/e noi facciamo il tifo per lei.

 

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