la violenza è anche nelle parole, di Loredana De Vita

Violence Lives in Words Too

Tutti, ma soprattutto coloro che sono dediti all’informazione, dovrebbero avere molta cura non solo nel verificare la verità di ciò che raccontano andando alle fonti e studiandole in prima persona, ma dovrebbero essere soprattutto responsabili di quello che dicono o scrivono nella consapevolezza del messaggio che inviano.

È ovvio che il riferimento è a Bruno Vespa e al suo modo a dir poco ignorante di trattare il tema della violenza sulle donne, ma è un discorso più ampio che si riferisce a ciascuna persona sia in generale che nello specifico della loro professione.

Se, come diciamo, per affrontare e vincere la violenza contro le donne è necessario modificare la cultura, si rende obbligatorio porre attenzione ai messaggi che si rilasciano e, soprattutto, evitare un falso paternalismo che offende le donne vittime e colpisce anche nella loro intelligenza tutti gli uomini che sanno, perché lo sanno, che il paternalismo è una delle cause culturali della violenza stessa.

Io mi auguro che non solo le donne, ma anche gli uomini reagiscano dinanzi a un’intervista talmente offensiva e ne prendano le distanze. Non solo, ma come può una televisione pubblica attraverso una trasmissione che si presume “culturale e sociale” consentire a un conduttore di affrontare un tema così delicato e violento assieme, senza che ne abbia la preparazione adeguata?

Non bisogna restare indifferenti. Le parole pronunciate restano come segni indelebili in chi già ha subito, certo, ma anche in chi sta cercando di farsi un’idea. Certe parole, pronunciate da persone considerate “superiori” per il posto che occupano, si trasformano in messaggi chiari sugli atteggiamenti da tenere: si chiama propaganda. Sì, propaganda, una sorta di pubblicità che può essere politica, sociale, economica, in cui gli oggetti della stessa fruiscono passivamente e unilateralmente messaggi che non possono controbattere e che, se non si è provvisti di autonoma capacità di discernimento, diventano verità assolute.

Mi rivolgo a tutti, ma proprio tutti, e comunque soprattutto a coloro che sono responsabili della comunicazione e del confronto (giornalisti, educatori, formatori, docenti di ogni ordine e grado, etc.) di riflettere molto prima di lasciarsi andare ai luoghi comuni e di non sminuire la propria funzione che non è solo «informativa», ma anche «formativa».

Viviamo un periodo di odio diffuso e di gravi mistificazioni, tocca a ciascuno di noi reagire a questo odio e ricondurre le scelte e i comportamenti verso modalità più coscienti e consapevoli del bene comune.

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