tutti gli animali sono uguali, di Loredana De Vita

 

All Animals Are Equal

“All animals are equal… but some animals  are more equal than others”, bellissimo esempio di modificazione di una legge ad opera dei nuovi poteri descritti dall’abile mano di George Orwell nella sua indimenticabile fiaba allegorica “Animal Farm”.

Che cosa significa? Perché usarla come incipit di questa riflessione? Cominciamo dalla prima domanda: che cosa significa. Per comprenderlo bisogna chiedersi se siamo davvero tutti uguali.  Ogni uomo, di fronte alla legge è davvero uguale agli altri, per ognuno di noi alle stesse azioni corrispondono le stesse conseguenze?

La frase che si deve leggere in chiave politica nelle intenzioni dell’autore, ha in realtà, risvolti quotidiani ben più ampi: siamo forse trattati tutti allo stesso modo? Siamo tutti considerati “uguali”?  No di certo, e basta giusto pensarci un po’ su: sarà di certo capitato a tutti di vivere situazioni in cui non ci si è sentiti considerati alla pari. 

La domanda iniziale sul significato, quindi, si modifica in un’altra domanda essenziale: perché? Per quanto si possa cercare di essere oggettivi e di osservare e giudicare in modo distaccato, tutti vediamo in una luce più o meno positiva persone o eventi, e questi pensieri diventano poi giudizi, se pure siamo in ottima fede e cerchiamo di essere “imparziali”.  Non siamo considerati tutti uguali, purtroppo, perché l’uguaglianza si scontra con il principio di identità che rende l’altro uno straniero o, per meglio dire, un estraneo.

Quando l’alterità, intesa come differenza storica e culturale, diviene Altro, l’Altro, ecco che abbiamo eretto una barriera tra ciò che mi appartiene o mi è tipico e ciò che non lo è. Nei fatti la barriera diventa un muro di protezione dei propri principi asseriti con forza e storicizzati e culturizzati come se fossero gli unici e non ci fossero altre unicità, cioè altre storie e altre culture da narrare.

Arriviamo quindi al motivo di questo incipit letterario, tutti gli animali sono uguali… ma alcuni animali sono più uguali degli altri… è come se si dicesse che tutti siamo Umani, ma alcuni lo sono più degli altri. E’ come se si riconoscessero un valore e un significato solo a ciò cui una parte ritiene di attribuire un valore e un significato che, inoltre, si modifica e prende nuove forme in base alle esigenze degli uni contro gli altri.

Le culture, però, hanno una storia che le determina e i giudizi a-storici che tendono alla uguaglianza univoca, cioè secondo le ideologie costruite per se stessi, si trasformano in nuove forme di potere e di dittatura. Forse, allora, bisognerebbe riconoscere che non siamo uguali ma simili e che grazie a questa somiglianza possiamo arricchirci reciprocamente della visione dell’altro. Riportare tutto al metro di giudizio identitario non implica il rispetto dell’orizzonte dell’altro né invita a rispettare il proprio.

Oggi, di conseguenza, non ha senso continuare a costruire recinti tra ciò che consideriamo proprio e ciò che non ci appartiene pretendendo che si modifichi. Alterare la storia e la cultura degli altri non solo è una falsificazione che non può funzionare, ma è un processo che non può avviarsi poiché è offensivo e irrispettoso pretendere una presunta superiorità che consenta di dettare legge… ecco, alcuni sono più uguali di altri.

Il mondo Occidentale commette spesso questo errore: considerare gli altri il Terzo Mondo. Tra il Terzo Mondo e il Primo Mondo (l’Occidente) c’è uno spazio di incontro nel quale né l’uno né gli altri sono primi o ultimi, ma nel quale si costruisce il rispetto e, forse, la pace.

Il rispetto, cioè comprendere che ci sono culture (e si deve considerarle tali non come costrizione ma perché è un dato di fatto) che si costituiscono in maniera propria, non diversa ma propria, che cioè fondano il proprio destino sulla propria storia. Non è corretto, oggi, affermare come spesso si sente se vengono qui devono vivere come noi, perché essi devono vivere con noi.

Dimentichiamo spesso in Occidente che molte delle nostre conquiste e ricchezze si devono ai Paesi con i quali non vogliamo confrontarci, ma cui vogliamo imporre il nostro destino dimentichi che hanno un destino loro che talvolta ci accomuna, talaltra ci separa, ma che comunque fa di ciascuno ciò che è.

Interveniamo spesso sulla cultura degli altri non consentendo che la nostra sia toccata e tacendo sul fatto che le nostre interferenze hanno spesso causato la distruzione nelle terre che avevano già una loro cultura (che noi definiamo primitiva) ma che in molte sue forme conserva un’umanità e una spiritualità cui siamo disabituati.

Il territorio mondo ha oggi confini diversi, in realtà non ci sono più confini, questo è il viaggio che non possiamo trascurare: il viaggio dentro l’Uomo, che significa viaggiare nel suo spazio, nel suo tempo, nella sua narrazione personale. 

Questo è incontrarsi senza odiarsi, questo è conoscersi senza giudicarsi, questo è vivere insieme con la consapevolezza di essere tutti il popolo della terra.

Non si può tornare indietro. Ci sono viaggi dai quali non c’è ritorno anche se torni, perché puoi non trovare più le persone o vuoi non trovarle o almeno non puoi più trovarle come prima. Nulla è più come prima. Più semplicemente, quando si torna non si è più gli stessi né lo sono le persone che hai lasciato. Nulla può più essere come prima, tra il prima e il dopo c’è la vita. Non sempre è un male, ma bisogna avere il coraggio di accettare il cambiamento per capirlo. 

Se ci si aspetta che tutto sia uguale, la delusione che segue ha risvolti drammatici oltre che indesiderati.  Il viaggio cambia, guai se non fosse così, a che servirebbe viaggiare? 

Il viaggio è la vita e la vita modifica e si modifica.