accadde…oggi: nel 1905 nasce Clarice Benini, la regina degli scacchi, di Giovanni De Simone

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È una storia in bianco e nero quella del più grande scacchista italiano (nonché uno dei migliori dell’Europa occidentale), quello che ha inanellato i migliori risultati in campo internazionale di tutti i tempi, in realtà non “uno” ma “una” scacchista, ovvero la campionessa dimenticata Clarice Benini.

Una storia in bianco e nero, come i pezzi a fronteggiarsi nel “nobil gioco”, dove il bianco rappresenta senz’altro la genialità, l’intelligenza agonistica di questa figlia di Firenze (qui nacque l’8 gennaio 1905) che avrebbero potuto portarla a ottenere risultati ancora più esaltanti di quelli immortalati dal suo nutritissimo albo d’oro se per l’appunto il “nero” che macchiò tanta parte della sua esistenza non avesse preteso da lei un prezzo tragicamente alto. Prezzo che la Benini cominciò a pagare molto presto, all’età di quindici anni, allorché rimase orfana di padre, vittima di un attacco cardiaco che lo stroncò durante un torneo di scacchi a Viareggio. La scomparsa dell’amato papà Giuseppe, grande amatore della scacchiera pur senza andare oltre i risultati di un “dilettantismi di alto livello”, probabilmente fu il primo “inciampo” nella carriera della Nostra, che approdò all’agonismo piuttosto tardi, ormai sulla soglia dei trent’anni, quasi che una sorta di “rifiuto” l’avesse tenuta a lungo lontana dalla disciplina della quale comunque il genitore le aveva trasmesso la passione. Passione che, soprattutto grazie all’incoraggiamento del marchese Stefano Rosselli del Turco (1877–1947), amico di lunga data del padre di Clarice, questa comunque alla fine assecondò, svelando al mondo un modo di giocare inedito, completamente fuori dall’ordinario. Clarice “combatteva” le sue partite affidandosi più all’istinto che al calcolo, facendo affidamento più sull’agilità che sulla forza, dimostrando una spettacolare capacità di concretizzare gli attacchi, di volta in volta giudicati “avventurosi” e “pericolosi” ma alla fine, quasi sempre, vincenti. Quando “inquadrava” il Re, per chi avesse di fronte erano dolori: quella di Clarice era una “violenza creatrice” alla quale ben pochi sapevano resistere. Il mondo fece conoscenza con la sua bravura nel 1937, allorché l’Asi (Associazione Scacchistica Italiana) accreditò l’ormai trentaduenne Clarice al mondiale femminile di Stoccolma. Il Belpaese, a quel tempo, subiva l’asfissiante giogo fascista, ed è facilmente immaginabile l’effetto che sortì il trionfo della Benini, che fece incetta di medaglie, partita in sordina grazie all’interessamento del sempre presente Rosselli, a confronto col flop dei colleghi “camerati”, sulla cui performance la dittatura, propagandisticamente, non poco puntava.

Racconta bene questo momento il bel libro di Alessandra Innocenti e Lorenzo Barsi sulla campionessa: “C’è una fotografia, in particolare, che fissa quel momento irripetibile. Vi si riconoscono due donne: Vera Menchik, l’imbattibile e giunonica balia slava, e una giovane esile donna, assai compresa e composta, che le sta di fronte come una lince. Persino nello scontro diretto, infatti, l’invulnerabile Vera tremò come una foglia sotto il fuoco di un attacco essenziale e profondo, e se la cavò solo grazie alla precipitazione della Benini. Il secondo posto in quel torneo cadde insomma come un macigno sull’elmo di Scipio. Era la prima volta dopo secoli che qualcuno incarnava la celebrata scuola italiana degli scacchi, solo che si trattava di una donna”. Dopo questa grande prestazione, la Federazione Scacchistica Italiana “scoprì” lo scacchismo femminile e negli anni 1938 e 1939 organizzò il Campionato italiano che la Benini vinse in entrambe le occasioni. Ma ancora una volta Clarice dovette sottostare alla legge del bianco e del nero, e al candido rifulgere del suo estro andarono opponendosi i plumbei eventi della storia. La follia distruttrice che per la seconda volta in uno stesso secolo travolse il pianeta la vide riemergere non più giovane, fuori esercizio, il volto sbiadito. Soprattutto, senza riserve finanziarie tali da potersi dedicare a coltivare il proprio talento. Il suo spirito, però, era ancora quello di una volta e, nonostante l’allenamento pressoché nullo, nel 1949, a sue spese, decise di partecipare al Campionato del Mondo femminile in Urss. Un viaggio che definire impegnativo sarebbe eufemistico (basti dire che le Nostra fu accolta da una temperatura media di meno trenta!) nonché dalle più forti scacchiste del pianeta (tra le quali però non c’era più la già citata Vera Menchik in Stevenson, morta nella periferia londinese nel 1944 con mamma e sorella sotto una bomba V1). Clarice fece quello che poté, ma il suo gioco non aveva continuità, e perse spesso. “Eppure – sottolineano ancora Innocenti e Barsi – fu l’unica che impressionò, per forza di gioco, i notabili dello scacchismo sovietico – per esempio Bronstejn e Ragozin – i quali ancora anni dopo additavano alle loro giocatrici il gioco essenziale e violentissimo di quell’italiana. In effetti ella fu, delle occidentali, la sola che giocò a viso aperto con le sovietiche, contro le quali conseguì due punti e mezzo su quattro. Ai maggiorenti sovietici fu chiaro che, se fosse stata ben preparata, quell’italiana sarebbe stata irresistibile. Destò enorme sensazione, in particolare, la sua vittoria contro la francese Chaude, che a buon titolo fece il giro del mondo: lì la Benini evocò come per magia i suoi ormai lontani trent’anni, e dopo aver sacrificato la Donna per due Figure incuneò il Re nel cuore delle retrovie avversarie fino al matto!”.

La Benini raggiunse ancora altri lusinghieri risultati nei tornei internazionali femminili di Abbazia (1953-54) dove si piazzò seconda con 13,5 punti su 17, di Gardone (1956) che la vide imbattuta al primo posto e di Amsterdam (1957) ancora prima ed imbattuta. Nella sua carriera Clarice partecipò dignitosamente, oltre a quelli femminili già citati, anche ai Campionati italiani assoluti. La Benini continuò a giocare presso il Circolo Scacchistico Fiorentino per qualche anno ancora, poi abbandonò l’attività agonistica per una malattia agli occhi, a metà degli anni Sessanta. Ormai anziana, Clarice si trasferì in campagna abbandonando la sua casa in via San Gallo. Possedeva infatti una piccola abitazione a Borgo Nuovo, alle porte di Poggio a Vico (Rufina), abitazione che fino ad allora le era stata custodita senza pigione da un contadino. Sarà quest’ultimo a farle pagare l’estremo pegno al “nero” della sua esistenza: è il 6 settembre 1976: colto da un raptus di follia per la “perdita dell’abitazione”, il colono massacrerà a coltellate prima la moglie e i figli e quindi rivolgerà l’arma contro colei che resta tuttora la vera regina degli scacchi italiani.