La cerimonia del nuoto, di Valentina Fortichiari, Bompiani editore, recensione di Daniela Domenici

Semplicemente stupenda questa raccolta di racconti di Valenti Fortichiari che ha come fil rouge l’acqua in tutte le due declinazioni, tredici storie che ammaliano e commuovono e che lasciano dentro un senso di pace assoluto anche a chi, come la sottoscritta, purtroppo, non ha la stessa passione dell’autrice.

I protagonisti di molti dei tredici racconti sono animali e per ognuno di loro Fortichiari crea una fiaba, c’è il cavalluccio marino e la foca, il capodoglio e lo squalo, il tonno di corsa e il pesce volante, il dugongo e il narvalo, ognuno di loro è descritto, in breve, nel suo aspetto fisico per poi inserirlo in una fiaba.

Le altre cinque splendide storie sono “La carretta del mare” nel quale un bambino sopravvive a un naufragio grazie agli insegnamenti di un’anziana solitaria, “Huginn e la foca artica” che racconta come Huginn, che significa pensiero, diventi il capo della tribù dopo una dura iniziazione e poi trovi la morte mentre è sulla sua canoa, “Nella baia di Melville”, che ha luogo tra gli inuit e i cui protagonisti sono Edelmar e suo figlio Natar che ci narrano alcune tradizioni di questo popolo; qui troviamo la prima delle due superlative descrizioni di un’aurora boreale, la seconda, che conclude il libro, è in “mio padre nuotando”, il più lungo dei tredici racconti, uno struggente ricordo dell’amatissimo padre da parte di Arya che parte dal ritrovare un foglio tra le pagine di “Guerra e pace” e si svolge in Norvegia. C’è poi “nel fiordo di Neskaupastadur” che è il penultimo e che ha come protagonista un’altra Arya, questa volta in Islanda, che decide di nuotare incontro a una balena avvistata. Il primo capitolo, che dà il titolo alla silloge, è un inno al nuoto che è la passione profonda dell’autrice e che ce lo descrive quindi dal di dentro, da “addetta ai lavori”.

Concludo con queste parole tratte dalle ultime pagine “L’impermanenza dell’acqua – penso mentre sono immersa – che non conosce angoli o spigoli. Che non ha forma, che permette al corpo di farsi largo, di entrare, di percorrerla lasciando impresso uno spazio senza spazio, una nicchia senza contorni: il corpo sta in acqua e si muove senza mai incontrare resistenza. Scivola, si sposta, e l’acqua lo abbraccia, lo sostiene, lo accompagna. Non lo abbandona: l’errare acquatico è talmente singolare che ogni volta pare simulare una nuova nascita. Forse è per questo che – stando immersi nel mare – si prova una felicità semplice, ancestrale, istintiva. Si può arrivare persino a provare l’estasi di sentirsi acqua nell’acqua…”: complimenti di vero cuore all’autrice.