accadde…oggi: nel 1982 muore Alexandra Wolff Stomersee, di Candida Carrino

Alexandra Wolff Stomersee

“Io e mio marito stavamo seduti sulla panchina a guardare la luna, lui era triste, inquieto, non riusciva ad abituarsi al nuovo palazzo io volli avvicinarmi e parlargli come una moglie sa fare. Gli dissi: la luna è uguale in ogni posto, è luce nella fantasia e nell’immaginario, perché – gli chiesi – non ti eserciti a immaginare la vita che ha vissuto il palazzo, com’era, cosa succedeva? Scrivi e tutto vivrà come prima”.

Teniamo a credere che queste furono le parole che convinsero Tomasi di Lampedusa a scrivere uno dei capolavori della letteratura italiana Il Gattopardo. Chi le dice a suo marito, il principe Giuseppe, è la baronessa baltica Alexandra von Wolff-Stomersee, una donna coltissima e poliglotta, allieva diretta di Freud, prima donna a guidare la Società psicoanalitica italiana. Oscurata dalla fama di Tomasi, fu proprio lei alla morte del marito, a cui sopravvisse per altri venticinque anni, a seguire le note traversie editoriali per la pubblicazione del Il Gattopardo.

Alessandra, detta Licy, era figlia del barone Boris von Wolff-Stomersee, alto dignitario della corte di Nicola II, e della cantante lirica di origini italiane Alice Barbi. Visse la sua infanzia alla corte degli zar a San Pietroburgo nel Palazzo d’Inverno.

Nel 1918 sposò il barone André Pilar, noto omosessuale. Mentre era a Londra per completare i suoi studi conobbe Giuseppe Tomasi, nobile siciliano intelligente e colto, ma alquanto timido e schivo, di due anni più giovane di lei. Lo sposò nel 1932, ottenuto il divorzio da Pilar, divenendo nel 1933 cittadina italiana. Ma Licy, nonostante questo secondo matrimonio, ebbe una vita densa di passioni per altri uomini con i quali ebbe relazioni più o meno lunghe.

Anticonformista, si impegnò attivamente nella sua professione di psicanalista. Infatti, dopo aver frequentato l’Università di Monaco di Baviera, svolse a Berlino un approfondito training presso l’Istituto psicoanalitico allora diretto da Karl Abrahm. Ebbe rapporti non sempre facili con Edoardo Weiss. Collaborò con i grandi pionieri della psicoanalisi italiana, Cesare Musatti, Nicola Perrotti ed Emilio Servadio. Dopo la seconda guerra mondiale intensificò i rapporti con la Società psicoanalitica italiana, adoperandosi per la rifondazione e la ristrutturazione della sede nazionale a Roma e fu la prima donna, dal 1955 al 1959, a rivestire la carica di presidente. Licy si divideva tra Roma e Palermo.

La principessa, nota per il suo charme e autorevolezza, portò nella Palermo dell’epoca, la sua immensa passione per la psicoanalisi e il lavoro clinico con i pazienti. La nobiltà palermitana non la amò, soprattutto la suocera donna Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò. Licy era troppo diversa dai canoni femminili siciliani, se non italiani. Libera, colta, intollerante, divorziata e propugnatrice di una nuova scienza, era vista in maniera sospetta.

Il suo essere donna così profondamente dissimile rispetto a un modello femminile condiviso la rendeva oggetto spesso di ostilità e disprezzo anche da parte degli altri psichiatri italiani, nonostante i successi clinici con i suoi pazienti.

Fine studiosa, anticipò il concetto clinico oggi notissimo di “struttura borderline” nel suo saggio Sviluppi della diagnostica e tecnica psicoanalitica. Molti i suoi lavori scientifici tra cui L’aggressività nelle perversioni, uno studio su un caso di necrofilia, e la relazione L’Uomo-Licantropo su un caso clinico felicemente risolto. Ma l’ortodossia psichiatrica, negli anni in cui visse, ancora intrisa di ideologia organicistica, non apprezzò né valorizzò a pieno la sua professionalità.

Un suo allievo Francesco Corrao, accogliendone l’eredità culturale, si fece promotore della ratifica legale del Centro Psicoanalitico di Palermo, oggi molto attivo.

Alessandra morì a ottantasei anni a Palermo, nel palazzo di famiglia di via Butera. Quando nel 2014 è stato inaugurato il Giardino di Freud all’interno dell’Università di Palermo, la psichiatra Matilde Vigneri, presidente del Centro Psicoanalisi di Palermo, grande e appassionata studiosa della vita e delle opere della principessa, ha voluto che ci fosse un albero dedicato ad Alessandra.