accadde…oggi: nel 1968 muore Barbara Allason, di Lucia Strappini

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Nacque a Pecetto Torinese il 12 ott. 1877, dalla viennese Pauline Kuntzner e da Ugo, generale di artiglieria di origine tedesca, apprezzato scrittore di temi militari, di idee monarchiche e moderate, geloso custode della tradizione sabauda, molto amico di E. De Amicis finché questi non manifestò le sue aperte simpatie per il socialismo, provocando con ciò una intensa polemica epistolare e infine la rottura tra i due. In seguito al trasferimento del padre per ragioni di servizio, la A. frequentò le scuole e l’università a Napoli, ma concluse gli studi universitari a Torino, laureandosi con il noto germanista Arturo Farinelli, al quale rimase sempre legata da vincoli di amicizia e di stima reciproca, anche quando Farinelli divenne accademico d’Italia e sostenitore del regime fascista.

Dei padre la A. apprezzò e mantenne l’amore per la cultura e la tradizione piemontese e risorgimentale; ne è testimonianza, oltre agli espliciti riconoscimenti contenuti nel volume autobiografico Memorie di una antifascista 19191940 (Roma -Firenze-Milano s. d. [ma 1945]; rist., Milano 1961), Italia nostra! Forte sulle tue Alpi, libera nei tuoi mari: il libro della nostra guerra per i piccoli italiani e le piccole italiane delle scuole medie (Palermo 1916). Aveva esordito a ventidue anni pubblicando su La Nouvelle Revue e sulla Nuova Antologia, alla quale continuò a collaborare fino al 1956; in quegli anni scrisse anche su La Rassegna nazionale.

Del 1919 è il suo primo studio storico critico pubblicato in volume; si tratta di Caroline Schlegel. Studio sul romanticismo tedesco (Bari), un lavoro per il quale ebbe apprezzamenti e ottime recensioni, tra cui, fondamentale per gli sviluppi che comportò, quella su Energie nove, di P. Gobetti, che trovava nella A. “visione storica e sicurezza di cultura” e dava un giudizio ampiamente positivo del saggio. Gobetti recensì con altrettanto favore il successivo libro della A., Quando non si sogna più (Milano 1920), scrivendone sui diversi periodici a cui collaborava.

Si tratta in questo caso di un romanzo con quattro personaggi femminili al centro della narrazione, le cui diverse vicende e vicissitudini delineano il quadro differenziato e composito della condizione femminile nella società italiana dei primi decenni del secolo, e in particolare della società borghese, un quadro che, come notava Gobetti, è una sorta di “idillio della rinuncia” (è questo il titolo della recensione gobettiana), di registrazione

pacata e commossa dell’esito comune e quasi obbligato, nel passaggio dai sogni alla vita reale, delle aspirazioni e delle ambizioni femminili, la rinuncia appunto. “L’idillio e non il dramma”, sempre a giudizio di Gobetti, è il tratto distintivo di questa narrazione intimista, crepuscolare, segnata da una scrittura piana, semplice e tuttavia elegante, che rimarrà il tratto stilistico distintivo della Allason.Il romanzo registrò anche altre critiche favorevoli; ma dall’interesse manifestato da Gobetti nacque un legame di amicizia e di stima con la A., che la avvicinò all’ambiente dei giovani intellettuali torinesi che insieme con Gobetti animavano una attività culturale intensa e piena di slancio innovativo. Nel 1921 la A. conquistò con Gobetti, P. Egidi, L. Venturi e altri la direzione della Società di cultura torinese, e da allora rimase legata alla cerchia dei gobettiani che fu fin dall’inizio degli anni Venti un punto di riferimento importante dell’antifascismo militante di ispirazione liberale e libertaria.

Già da molti anni docente di ruolo di letteratura tedesca nelle scuole medie superiori nel 1928 ottenne la libera docenza in letteratura tedesca presso l’università di Torino, per merito in particolare del saggio Bettina Brentano. Studio sul romanticismo tedesco (Bari 1927), nel quale riprendeva e approfondiva temi e motivi della stagione romantica in Germania, ancora filtrati attraverso un personaggio femminile singolare e interessante come Bettina Brentano. Aveva anche pubblicato Il tesoro dei Nibelunghi (Milano 1921) e L’Edda e i Nibelunghi (ibid. 1926), e continuava a collaborare a numerosi giornali e riviste: tra gli altri La Gazzetta delle Puglie, Il Giornale d’Italia, La Gazzetta del popolo, L’Ambrosiano, La Lettura, Le Vie d’Italia.

Nel 1929, in occasione della discussione in Senato sui patti lateranensi, B. Croce fu dileggiato e insultato in aula mentre pronunciava un fermo e pacato discorso critico. La A. che conosceva da molti anni Croce e ne aveva frequentato la casa durante i suoi soggiorni napoletani, gli scrisse una lettera personale di solidarietà, in seguito alla quale fu privata della cattedra, nonché della libera docenza con decreto ministeriale 10 ag. 1929 che motivava la revoca con l'”incompatibilità con le generali direttive politiche del governo”. Già pienamente inserita nei circoli antifascisti liberali torinesi, alla fondazione dei gruppi di Giustizia e Libertà partecipò all’attività clandestina di opposizione al fascismo che il gruppo torinese manteneva, raccogliendo numerosi intellettuali che trovarono un luogo di raccolta assiduamente praticato proprio nella casa della Allason. Entrò in rapporto e collaborò quindi in questa veste con tutti gli esponenti dell’antifascismo torinese che partecipavano, simpatizzavano o erano in collegamento con Giustizia e Libertà: M. Andreis, L. Ginzburg, A. Monti, V. Foa, F. Antonicelli, Nello e Carlo Rosselli, e altri ancora, svolgendo anche missioni a Chambéry e a Piacenza legate all’attività clandestina. Nel 1934furono arrestati dalla polizia fascista diversi esponenti di Giustizia e Libertà, tra cui Ginzburg, Sion Segre e la stessa A., insieme con la nipote Anita Rho.

La A. rimase in prigione a Torino alcuni mesi e di questa sua esperienza racconta, in pagine tra le sue più belle, nelle Memorie già citate, dalle quali emerge, delineato con commossa partecipazione, il quadro dell’oppressione e della prepotenza esercitate dal regime nei confronti non solo degli intellettuali, ma anche degli strati popolari più emarginati e indifesi.

La A. fu liberata in seguito alla promessa di non partecipare più all’attività clandestina, promessa che mantenne pur rimanendo in contatto con gli ambienti intellettuali antifascisti e mantenendo ferma e inalterata la sua opposizione al regime. Durante questi anni continuò a scrivere articoli sul Lavoro di Genova e, tramite G. Debenedetti, sul Meridiano di Roma, firmando con lo pseudonimo di Riccardo Giorgini. Nel 1928 era stata pubblicata su La Critica di Croce una sua recensione a Le avventure del buon soldato Šcvèjk di J. Hašek.

Rimasta senza lavoro nel 1929, in seguito al licenziamento dalla scuola, la A. si dette a una intensa e ricca attività di traduzione dal tedesco che continuò poi fino agli ultimi anni della sua vita. Sono sue le traduzioni di molti autori classici della letteratura tedesca: G.E. Lessing, F. Hebbel, F. Nietzsche, E.T.A. Hoffmann, J. G. Fichte, W. Goethe, F. Schiller, ecc., ma anche di autori moderni e contemporanei: A. Schnitzler, Klaus Mann, H. Hesse, ecc. Tradusse anche dal francese opere di Voltaire e Pascal. Negli anni Trenta, trasferitasi per breve tempo a Roma, ottenne incarichi di insegnamento in istituti religiosi privati o parificati, perdendoli tuttavia per la sua mai nascosta avversione al regime fascista. Per alcuni anni soggiornò a Padova con il figlio Giancarlo Wick (nato nel 1909 dal matrimonio con Federico Carlo Wick), allievo di Enrico Fermi, docente di fisica prima a Palermo quindi presso l’università di Padova. Infine si ritirò a Torino dove rimase fino alla morte avvenuta, a novantuno anni, il 20 ag. 1968.

Nonostante le vicissitudini e le persecuzioni, continuò, con costanza e passione, a dedicarsi alla narrativa e alla saggistica. Nel 1922 aveva pubblicato, dopo il successo di critica del primo romanzo, Il domani dei baci (Milano), una raccolta di novelle, raccontini, bozzetti, pervasi da una garbata ironia che sfocia a volte nella costruzione di situazioni paradossali, sempre dominati tuttavia da un tono tenue che bada a tratteggiare sentimenti, situazioni drammatiche sempre smorzate, e soprattutto personaggi femminili che campeggiano in ogni narrazione. Gli stessi caratteri ritornano nel secondo romanzo, Risblanchéda (Milano 1929, ivi ristampato nel 1932 con il titolo La luce che torna. Risblanchéda).

È la narrazione, in forma di diario (e quindi in prima persona), della storia di una donna che, come in Quando non si sogna più, approderà alla serenità solo attraverso la rinuncia; la rinuncia che, in questo caso, si concretizza nei confronti del grande amore sbocciato tra la protagonista, una matura insegnante, e un ufficiale molto più giovane di lei. La decisione e lo strazio della donna nel respingere un rapporto profondamente sentito da entrambi, ma percepito da lei come senza futuro sono descritti con grande pacatezza e finezza di accenti. Anche qui la narrazione semplice e sciolta, la frase breve, l’effetto di raffinata purezza riportano alla tonalità crepuscolare della letteratura gozzaniana, intrisa di ironia e autoironia, di toni smorzati, di evocazioni nostalgiche e dolenti di paesaggi e ambienti che connotano in modo profondamente significante gli stessi personaggi.

Del 1933 è il suo ultimo importante studio, La vita di Silvio Pellico (Milano), che rimane tuttora un valido contributo alla ricostruzione biografica di Pellico e fu recensito molto favorevolmente su La Critica da A. Omodeo, che ne rilevò il taglio narrativo e divulgativo osservando che “tutto ciò rimane secondario ed è riscattato da una delicata nota d’arte suffusa per ogni pagina, un accento gozzaniano di commozione per il “vecchio Piemonte”” (p. 464) e concludendo con il riconoscimento alla A. di un “temperamento storico” (p. 465). È una biografia anche Paolina Maria Jaricot pubblicata nel 1939 (Torino); mentre sono strumenti didattici Antologia di prose e poesie tedesche dal XVI al XX secolo (ibid. 1937) e altri volumi pubblicati e ristampati negli anni Trenta.

Dopo la guerra, pur impegnata nella intensa attività di traduttrice già ricordata, la A. tornò alla saggistica con Vecchie ville, vecchi cuori (Torino 1950), descrizione piena di slancio affettivo e nostalgico per il “vecchio Piemonte” e per la sua secolare tradizione; continuò inoltre a essere presente sul fronte liberale, collaborando a Il Mondo, scrivendo su P. Gobetti (in Trent’anni di storia italiana 19151945. Dall’antifascismo alla Resistenza, Torino 1961, pp. 131-134) e partecipando con A. Prosperi e altri intellettuali torinesi alla fondazione del Centro studi Piero Gobetti costituito a Torino nel 1961, del cui consiglio direttivo la A. fu membro. Ma, accanto alle traduzioni, la sua opera principale è certamente quella in cui, alla fine della guerra, raccolse i suoi ricordi sul ventennio che aveva segnato la sua vita e quella della società italiana.

Si tratta delle Memorie di una antifascista già citate, nelle quali la A. ripercorre gli anni del sorgere aggressivo del fascismo e delle violenze subite dai suoi amici e conoscenti; su tutti emerge il ricordo di Gobetti, della sua intelligenza e vitalità, al quale è dedicato l’intero primo capitolo. Ancora la A. ci offre da testimone di rilievo, dal punto di vista di una matura signora cattolica, liberale, di formazione risorgimentale quale era, preziose testimonianze sulle figure degli antifascisti torinesi con i quali lavorò e lottò, ma anche testimonianze su figure come quelle di Croce e Giolitti, e ancora rievocazioni di situazioni ed episodi, come il processo del 1934 a Ginzburg e Segre, nel quale la A. e la nipote Anita Rho, valentissima traduttrice anch’essa dal tedesco, furono chiamate a testimoniare. Il suo racconto ci restituisce così con il consueto stile pacato, meditato, commosso e partecipe, le vicende e il clima che dominarono la vita torinese per un ventennio; la vita delle cerchie intellettuali cittadine, ma anche di figure del popolo, come la contadina Rita sua compagna di cella alle Nuove; ricorda come fu difficile e sofferta la scelta della militanza antifascista e come nella vita di ognuno comportò pesanti e gravi conseguenze; di come ancora questa scelta fosse praticata in modi diversi (è il caso di Concetto Marchesi che la A. conobbe e apprezzò a Padova); ci restituisce, infine, il clima soffocante e violento di una fase della vita sociale e culturale italiana che molti, come la A., percepirono fin dall’inizio segnata da caratteri in aperto e totale contrasto con il rispetto della libertà, dei diritti civili e della giustizia sociale.

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