accadde…oggi: nel 1989 muore Bruna Moretti, di Barbara Rasero

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Nacque il 3 settembre 1904 da Antonio e da Clotilde Tandelli, a Ivrea, dove il padre, di origine veneta e militare di carriera, era stato trasferito.

Dopo aver frequentato il liceo artistico della città natale, studiò all’Accademia di belle arti di Bologna e all’Albertina di Torino. Qui incontrò Filiberto Mateldi, pittore e illustratore romano, animatore del teatro futurista di Marinetti, ma soprattutto disegnatore satirico colto e mondano, che sposò nel 1930. Intanto, stabilitasi a Milano alla metà degli anni Venti, Brunetta si era avvicinata al mondo della moda, esordendo come illustratrice sulla Gazzetta del Popolo. Nel 1929 realizzò disegni e vignette per Lidel, rivista femminile d’élite che si occupava di mondanità e cultura e da quel momento iniziò a collaborare con i periodici più importanti: La Lettura, mensile de Il Corriere della Sera, e Il Balilla (1931), I Tessili Nuovi e La Donna (1933), Mammina e Novellino (1935), Scena Illustrata e Il Dramma (1938), Il Corriere dei Piccoli (1939). Nel 1936 entrò in pubblicità lavorando con la Gi.Vi. Emme, la Olivetti e la Campari. Prima del secondo conflitto mondiale fu chiamata da Valentino Bompiani a eseguire le tavole fuori testo per la collana I libri d’acciaio.

Il marito, da tempo malato, morì nel 1942. Nei difficili anni che seguirono, Brunetta divenne la principale illustratrice del periodico Bellezza. Mensile dell’alta moda e di vita italiana. Disegnava con precisione inappuntabile i modelli dei grandi stilisti allora in voga in modo che le donne potessero copiarli o farseli copiare dalla sarta. Nel dopoguerra realizzò i suoi disegni per le pagine de Il Corriere della Sera e collaborò alle campagne pubblicitarie più significative del periodo creando manifesti, marchi, pagine pubblicitarie (celebre il suo manifesto per le calze Si-Si, 1957-58).

I suoi disegni, sintetici, dinamici, incisivi, molto ironici, rivelavano un grande eclettismo e uno stile inconfondibile. Dotata di un acuto spirito d’osservazione, quando soggiornò a Parigi, nel 1947, frequentò assiduamente non solo gli atelier, ma anche gallerie d’arte e musei. Questo le permise di variare continuamente il proprio stile e di guardare il mondo che era chiamata a rappresentare con occhio critico: «Io ho letto molto. Ho visitato molti musei. Ho molto osservato. Allora, mi è stato facile trovare dove copiavano i sarti che invece venivano lanciati come grandi, straordinari ‘maestri’» (Ferri, 1981A, p. 71).

Nel 1956 la notorietà acquisita le permise di allestire una mostra personale a Milano, presso la galleria Apollinaire, dove espose non i figurini di moda che l’avevano resa celebre, ma disegni, guazzi e oli dedicati ai gatti, sua seconda passione. Contemporaneamente iniziò una lunga collaborazione con L’Espresso, destinata a durare fino al 1976: insieme a Camilla Cederna curò la rubrica settimanale Il lato debole, che descriveva con ironia «mode e modi, tic, frizzi, usi e costumi, nevrosi del momento» (Nodolini et al., 1981, p. 29).

Nel 1957 la galleria L’Obelisco di Roma espose suoi dipinti con scene notturne dedicate a Roma stessa, Venezia, Parigi (che continuava a frequentare con assiduità) e Londra; un anno dopo fu invitata, unica grafica italiana, a disegnare per la rivista newyorkese Harper’s Bazaar, allora diretta da Diana Vreeland che già nel 1932 le aveva proposto di collaborare a Vogue, incarico che Brunetta aveva dovuto rifiutare a causa della malattia del marito.

Dal 1963 al 1971 curò la pagina che Il Corriere della Sera dedicava alla donna, registrando fedelmente i grandi cambiamenti di quel decennio, consapevole che la moda non era mai stata così rivoluzionaria: «Forse perché c’era questa carica di speranza, questa certezza che la vita era bellissima, che la giovinezza poteva tutto, c’era questa gioia di vivere: le minigonne, le calze decorate, le pettinature cotonate, tutta questa enfasi sul proprio corpo che si scopriva, che si liberava» (Brunetta, Il vizio di vestire, introduzione di N. Aspesi, Milano 1981, p. 13).

Arrivarono anche i primi riconoscimenti ufficiali: il londinese Sunday Mirror la inserì tra le Eighteen of the world’s most powerful women (1962) e nel 1969 vinse il Premio illustrazione e premio giornalistico Irene Brin bandito dal settimanale Epoca. Nel 1980 ricevette l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano.

Nel 1969 espose presso la galleria Gian Ferrari di Milano e da allora le sue mostre personali si moltiplicarono: ancora a Milano, nel 1977 e nel 1980 la libreria Einaudi accolse rispettivamente Brunetta oltre la moda e Amore, esposizione di quadri a tema erotico; nel 1981 il Comune le dedicò la mostra Le persone che hanno fatto grande Milano, allestita nella sala Alemagna. Nello stesso anno pubblicò una selezione degli ormai numerosissimi disegni, schizzi, bozzetti eseguiti in oltre cinquant’anni di attività, dal titolo quanto mai evocativo Il vizio di vestire, e donò al CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione) dell’Università di Parma 1224 disegni, quasi tutti realizzati per Il lato debole dell’Espresso.

In seguito a questa generosa donazione fu allestita, a Parma, la grande mostra antologica Brunetta moda critica storia, una vera e propria analisi del costume e della donna, espressa da un’artista che considerava il disegno come un modo «per sviscerare, impadronirsi di altre vite, per bersi gli occhi, i nasi, le bocche, le braccia, i piedi e tutto il resto delle persone belle, brutte, buone o cattive» (Nodolini et al., 1981, p. 92).

Morì a Milano il 1° gennaio 1989.

Aveva detto di se stessa «le mie mani, la mia mente non sono mai state inattive. Ho molto letto, studiato, guardato, ascoltato. Io sono fatta di poesia e pazienza» (Pallottino, 1989).