accadde…oggi: nel 2016 muore Elisa Pegreffi, di Carla Moreni

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I grandi della musica possiedono una caratteristica speciale, quella di non invecchiare mai. Ti fanno osservazioni puntuali, sono sempre presenti, colgono con lucidità insuperabile l’essenza di una interpretazione, racchiudendola in una battuta. Fulminei e spiritosi, eterni adolescenti. Così era anche Elisa Pegreffi, la gran Dama del Quartetto Italiano, ultima sopravvissuta di quella straordinaria e irripetibile formazione che ammaliò il mondo, dal 1945 al 1980.“I quattro ragazzi”, li chiamava il critico Giulio Confalonieri, che per primo sensibilmente li recensì, profetizzando con sobrie parole un futuro d’oro per la formazione di ventenni, appena usciti dalle ferite della Guerra. Nel loro arco avevano tre frecce. Una, la scelta del repertorio, tra Beethoven e il contemporaneo. Due, il coraggio di suonare sempre a memoria. E tre, una donna, nel mezzo del gruppo.

I quartetti allora erano solo maschili. Come in gran parte le orchestre. Elisa Pegreffi era minuta, capelli ondulati alle spalle, spartiti da una riga netta. Carattere forte, bellissima in mezzo ai tre cavalieri. Sedeva al secondo violino. A destra aveva Paolo Borciani, primo violino e futuro marito, a sinistra Piero Farulli, viola (presto subentrato a Lionello Forzanti) e Franco Rossi, violoncello. Si erano incontrati a Siena, nella benemerita fucina dell’Accademia Musicale Chigiana. Il Conte li aveva subito presi sotto la sua ala protettrice.

Non erano tempi facili: gli strumenti erano stati sostituiti dai fucili, Borciani e la Pegreffi partigiani sull’Appennino, Farulli bloccato dalla guerra in Sicilia, un mondo intorno dove sembrava impossibile sogno la musica. Ma una camionetta poteva diventare un palcoscenico per i primi concerti. Le stanze silenziose di una casa nella campagna emiliana, il rifugio dove chiudersi e studiare. Accanitamente. Con una disciplina ferrea. Severi, inflessibili, alla ricerca di una identità esatta, i quattro giovani ricevettero ben presto il plauso di Toscanini. A Salisburgo, Furtwängler chiese di suonare con loro, al pianoforte.

In breve le richieste di concerti divennero un calendario da cento date all’anno, arrivando a toccare la soglia di oltre 3mila, in tutto il mondo. Una delle prime apparizioni, dopo il debutto ufficiale a Carpi e a Reggio Emilia, fu all’interno della milanese Società del Quartetto. Nessuno dei quattro suonava strumenti di liuteria cremonese. Il repertorio spaziava da Haydn-Mozart-Beethoven (con l’integrale messa in disco in una registrazione Decca di assoluto riferimento) al Romanticismo di Schubert, Schumann e Brahms, e col Novecento di Debussy, Ravel, Stravinskij, Webern. Suonare a memoria, come nessun altro gruppo osava fare, non rappresentava solamente una prova di virtuosismo, ma era un modo per mettere a nudo l’autentica identità del quartetto: strumento unico, a quattro facce. In dialogo serrato, concentrico, unito nel profondo.

Il primo ad andarsene fu Paolo Borciani, scomparso a Milano, nel 1985. Poi Franco Rossi, a Firenze, nel 2006. Poi Piero Farulli, a Fiesole, a 92 anni, nel 2012. Il 14 gennaio scorso anche lei, il perno femminile del Quartetto Italiano, ci ha lasciati. Era nata a Genova, nel 1922, figlia del primo dei secondi violini del Teatro Carlo Felice. Bambina prodigio, aveva vinto giovanissima importanti concorsi. Al di là del quartetto, era rimasta un punto di riferimento, a Milano, per tanti allievi. Gli ultimi anni li aveva trascorsi ospite di Casa Verdi, cenacolo ideale nel mondo della musica. Le sue ceneri riposeranno a Reggio Emilia, là dove era scoccata la scintilla dei quattro ragazzi. Là dove ogni quattro anni un prestigioso Concorso ne tiene viva l’eredità, scommettendo sul futuro di nuove ottime formazioni.