l’occhio invisibile, di Loredana De Vita

The Unseen Eye

E’ solo un invito a ripensare alla crescita dei ragazzi in un’epoca in cui adolescenti ancora bambini non sanno discernere il senso e il limite di una sfida. Un tempo in cui ci sono malvagi che approfittano con facilità della propria “invisibilità” sulla rete per seminare fango e paura illudendo, invece, che sottoporsi a certe prove sia un percorso di crescita e liberazione. Non voglio accusare nessuno, ma voglio che ciascuno faccia i conti con la propria parte di responsabilità.

C’è un vuoto che dobbiamo colmare e DOBBIAMO farlo. Pensavo, per esempio, e se il tentativo di appiattire e semplificare sempre le difficoltà nel tentativo di proteggere i ragazzi, stesse diventando per i giovani, sempre più giovani, motivo per sperimentare occasioni di rischio sempre più drammatiche sia auto che etero dirette? Gli adolescenti hanno bisogno di mettersi alla prova, è un dato di fatto che così si cresce imparando a conoscere se stessi e i propri limiti come anche la capacità di affrontarli e superarli. Oggi, però, queste sfide diventano mortali, si sfida la morte come se fosse rimasta l’unica incognita veramente tale ancora da scoprire e indagare.

Davvero l’unica soluzione che gli adulti sanno offrire è quella del “controllo” e, ancora una volta, dell’appiattimento delle difficoltà? Ho paura che questo possa trasformarsi in un avvitamento su se stessi che porterà a un ulteriore reiterazione della necessità di trasgredire e trasformare se stessi in balocchi nelle mani di stupidi e ciechi ossessionati dal potere di poter dominare le menti dei ragazzi fuorviandoli e invitandoli a sfide sempre più compromettenti verso il senso della vita. Che cosa manca? La colpa, naturalmente, viene attribuita alla rete, e certamente un problema esiste, ma è davvero questo il problema essenziale?

Mi chiedo se non ci sia altro e prima della rete che possa essere fatto affinché i ragazzi, sempre più bambini, imparino l’intelligenza dell’uso di certe “finestre”, imparino a non esserne succubi, a non trasformare se stessi in strumenti di gioco per le menti malate, a essere protagonisti di scelte responsabili. La sfida è parte della crescita, ma che cosa sfidare, oggi, se non la morte quando tutto il resto (la socialità, il confronto, la sconfitta, il rialzarsi, il vincere o perdere, il dialogo, il silenzio, l’ascolto) sembrano essere stati ridotti al potere del più forte e del più visibile? Quando la fama e la visibilità non si costruiscono sul senso che si dà alle cose, ma su quello che si ruba alle altre persone? Quando la sfida non è con se stessi per andare oltre i propri limiti intesi come ansia di crescere, ma contro i limiti della morte?

Non mi è mai piaciuto parlare di un prima e un dopo nel senso di “era meglio una volta…”, difatti, ogni epoca ha la sua evoluzione in base al punto in cui una società si è sviluppata. Anche “una volta” si facevano sfide “assurde” come camminare o stendersi sui binari o sul muretto che separava la strada dal precipizio, ma erano fasi in cui si chiedeva a se stessi fin dove potersi spingere e c’era sempre qualcuno a bloccare in tempo prima di esagerare se proprio non ci si bloccava da soli. Oggi, il punto è diverso, colui che è deputato a frenare non esiste, anzi, il più delle volte si è trasformato in spettatore accanito che incita ad andare sempre oltre, come se si fosse pubblico in un’arena in cui come belve feroci si proclama il sangue della vittima di turno e non ci si accontenta fino a quando anche l’ultima goccia sarà versata. Di più, proliferano coloro che spingono sempre un passo più oltre, oltre se stessi, oltre la consapevolezza, oltre quei limiti che si sa sul nascere siano insuperabili.

Questo desiderio di morte non è una sfida, ma la risultanza di una perdita di valori e di significati, la perdita di ascolto ed empatia, la perdita di speranza. C’è chi gode dei limiti non superati, c’è chi gode della propria vittoria, anche e soprattutto se la sconfitta di uno che non è neanche un avversario, ma uno sconosciuto sul quale si esercita non visti o ben mascherati e incappucciati il proprio potere di persuasione, è la sua morte. È un esercizio di potere. Dovremmo aver cura di insegnare ai nostri ragazzi le difficoltà del quotidiano, dovremmo insegnare loro che da ogni caduta ci si può rialzare e che il superamento dei propri limiti e delle proprie paure è sempre nella condivisione delle stesse e mai nella chiusura che fa affidare a ipotetici sconosciuti il potere di sfidare la nostra vita e la nostra morte.