La ragazza delle arance, di Jostein Gaarder, traduzione di Lucia Barni, recensione di Daniela Domenici

Quale miglior momento se non oggi che si celebra la giornata internazionale della poesia per recensire questo libro che è pura poesia dalla prima pagina all’ultima? Non è recente, è di una quindicina di anni fa, mi è stato regalato e mi ha profondamente ammaliato, emozionato e commosso.

Dell’autore avevo letto, trent’anni fa, il suo celebre “Il mondo di Sofia”, oggi lo “ritrovo” con questa fiaba che, come leggo in copertina, è “un gioioso inno alla vita, un invito al carpe diem, a consumare fino in fondo ogni giorno che ci viene dato” che nasce dal ritrovamento di una lettera scritta da un padre, Jan Olav, quando suo figlio Georg aveva solo quattro anni e che viene ritrovata casualmente nascosta nel passeggino dimenticato in soffitta. Ora Georg ha quindici anni e ha la possibilità di leggere cosa suo padre gli aveva scritto poco prima di morire, si appassiona gradualmente alla favola della “ragazza delle arance” e alla fine capirà quanto quella storia lo riguardi da vicino, “un film quasi muto che Jostein Gaarder, a poco a poco, fa parlare con una musica lieve, quasi una fantasia tra memoria e presente in cui le voci del padre e del figlio finiscono con l’intrecciarsi a creare un’unica riflessione sul valore dell’esistenza umana e sulla sua bellezza”, dalla quarta di copertina.

La lettera del padre di Georg si conclude con una domanda che è rivolta a lui ma anche a tutti/e noi: se potessimo scegliere tra entrare in questo mondo e vivere la nostra vita su questa terra anche se per pochi anni o rinunciare a farlo quale sarebbe la nostra risposta? Georg, il quindicenne protagonista di questa magica storia, risponde a suo padre, dopo undici anni, con queste parole “caro papà…alla fine ho preso la difficile decisione. Sono strasicuro che avrei scelto di vivere la mia vita sulla terra anche se solo per un breve momento”, e noi come risponderemmo alla domanda di Jan Olav, medico e appassionato astronomo?