il quaderno di Maya, di Isabella Allende, recensione di Loredana De Vita

Isabel Allende: Il quaderno di Maya – Writing Is Testifying

Ci sono libri che si impossessano della tua anima sin dalle prime parole, eppure sai che, nel farlo, ti rendono profondamente libera di scegliere da che parte stare. “Il quaderno di Maya” (Feltrinelli, 2011) di Isabel Allende è uno di questi libri.
“Avrai tempo per annoiarti, Maya. Approfitta per scrivere delle enormi sciocchezze che hai commesso, magari in questo modo ti rendi conto della loro portata”, questo è il saluto di Nini, nonna di Maya, all’aereoporto prima di separarsi in un tempo di cui definire la durata è praticamente impossibile, ed è così che Maya, comincia a ricostruire se stessa, quello che ha vissuto, i mai più che dovrà imporsi e la solitudine attraverso la quale passare per “imparare” o imparare di nuovo a vivere.
Questo il viaggio entro il quale Isabel Allende conduce i suoi lettori. Un viaggio fisico, certo, ma soprattutto un viaggio interiore, poiché solo grazie alla conoscenza di sé sarà possibile riconoscere e riconoscersi nell’altro.
“Il quaderno di Maya” non è solo il taccuino in cui un’adolescente scrive per comprendere che cosa le sia successo e perché abbia scelto che le accadesse. Ciascuno, infatti, resta responsabile delle proprie scelte, anche quando queste sono irresponsabili e pericolose, non bisogna cercare fuori di sé il male che è dentro di sé e solo nel “riconoscimento” è possibile andare oltre e rinascere.
Il racconto si estende su più piani paralleli sebbene non sincronici, un passato remoto di serenità e amore nonostante nascosto ci fosse il verme solitario dell’abbandono subito; un passato prossimo, le cui conseguenze resistono nel presente di Maya capovolgendone la vita esterna come quella interna; un presente progressivo, un presente, cioè, che si dipana contemporaneamente al presente e dal quale dipendono le basi di un futuro possibile, appena pensabile, scarsamente programmabile, ma, di certo, perseguibile solo liberandosi fino in fondo non della storia vissuta, indelebile, ma del silenzio sulla propria stessa storia e sul proprio dolore che ha indotto Maya a perdere il controllo della propria vita.
I tempi della storia di Maya si intersecano con quelli di Nini, Manuel, Popo, Blankha e i chilotes (popolo di Isla Grande), sono tempi diversi che, però, tendono tutti alla verità, al bisogno di verità, al riconoscimento della verità di se stessi come unica possibilità di salvezza.
“Il quaderno di Maya” è la storia di un’adolescente che impara a diventare donna passando tra i dolori più acuti e le efferatezze più terribili, ma è anche la storia di uomini e donne cilene che affrontano le torture sotto il regime di Pinochet e che, per questo, sembrano aver smarrito la speranza di dare un significato alla propria esistenza. Riusciranno a salvarsi? Potranno farlo solo guardando alla propria esperienza personale in senso più universale e solo così infatti, in modo quasi misterioso e magico, come tipico della narrazione della Allende così ricca di significati magici e reconditi, si ritroveranno tutti nell’amore dell’uno per l’altro.
Fino all’ultima parola il fiato del lettore resta sospeso, si spera che il giallo sia risolto, che ogni cosa possa tornare al suo posto; eppure, fino all’ultima parola ci si accorge che la suspense che tiene insieme le narrazioni nel quaderno di Maya non è solo quella della rivelazione finale del caso di polizia, ma la rivelazione interiore che ciascun personaggio, lottando, deve a se stesso: il dolore annienta, ma dal dolore si rinasce più forti.
“Il quaderno di Maya” (Feltrinelli, 2011) di Isabel Allende è un libro forte e delicato assieme da leggere con passione e disincanto. Lo suggerisco.