intelligenza artificiale e umanità artefatta, di Loredana De Vita

Artificial Intelligence and Artifact Mankind – Writing Is Testifying

L’Uomo ha inventato l’Intelligenza Artificiale, e non è una cosa terribile, anzi. Sono stati impiegati anni, energie, fatica, impegno, sudore, cadute e recuperi di tanti scienziati che hanno dedicato la loro ricerca (e ancora lo stanno facendo in questa ricerca che non ha fine perché non ha fine l’intelligenza dell’Uomo) affinché quella che viene chiamata Intelligenza Artificiale diventasse una realtà… e non è terribile, anzi.
Quello che può diventare terribile è l’impiego che lo stesso essere umano inventore o chi per lui pensa di trarre profitto da tali invenzioni, può farne se abbandona lo sguardo etico verso la sua scoperta e verso l’intera umanità.
Solo allora, l’Intelligenza Artificiale può diventare “terribile”, solo allora può essere “nemica” dell’Umanità, solo allora il suo scopo è fine a sé stesso e non per il miglioramento della vita del pianeta, il rispetto dell’universo, l’amore per gli esseri umani.
In questo caso drammatico, però, si può davvero incolpare la macchina e pretendere che essa assuma responsabilità che non le appartengono?
Essendo una letterata non posso fare a meno di ricordare i versi di Milton in cui Satana si rivolge a Dio e gli dice «Did I request thee, Maker, from my clay to mould me man, did I solicit thee from darkness to promote me…?» (Paradise Lost, X. 743-45) «Ti chiesi io, Creatore, dall’argilla di crearmi uomo, ti chiesi io dall’oscurità di promuovermi…?». Si tratta degli stessi versi che Mary Shelley pone come ex-terga del suo romanzo Frankenstein, un invito a riflettere sulle responsabilità proprie e personali.
Un invito, anche, a riflettere sul fatto che l’Uomo contemporaneo non può prescindere dalle sue scoperte e che sta a lui nobilitarle o renderle strumenti di odio e discriminazione. Non credo che serva spaventarsi della nuova ricerca e delle sue conquiste, quello che è necessario, però, è esserne consapevoli e assumersene la piena responsabilità. Occorre, cioè, dare spazio alla coscienza della scienza oltre che alla sua conoscenza. Occorre che scienziati, filosofi, artisti, persone comuni, l’Umanità tutta, partecipi del processo di sviluppo della mente umana affinché le nuove scoperte e le nuove ricerche non abbandonino mai lo sguardo etico con cui bisogna guardare alla vita integrale e completa dell’essere umano come di tutta la realtà che lo circonda.
Io credo che, oggi, si debba guardare non più all’Umanesimo come retorica del presente, ma alla creazione di un Nuovo umanesimo che metta insieme tutto e tutti e tutte le esigenze in forma etica. Metta insieme tutto non come se fosse il calderone nel quale le streghe mischiano i loro intrugli per creare pozioni magiche, ma come relazione tra le persone e le loro creazioni incluse anche le macchine che, per quanto intelligenti, sono sempre macchine e il loro linguaggio “intelligente” si basa su algoritmi che derivano dal nostro pensiero, pregiudizio, libertà e consapevolezza etica o meno del vivere e non dell’esistere soltanto.
Non considero fattibile il paragone tra un essere umano e una macchina, anche se “intelligente”, ben venga la sua “intelligenza”, ma senza mai dimenticare che essa è uno strumento e che non serve immaginare scenari apocalittici per una realtà che bisogna imparare a gestire e “far funzionare bene” a partire dal presente, dal subito, da ora.
La speciale specialità dell’essere umano è, oggi, nella sua capacità di correlare le differenze, accorciare le distanze e dare forma e contenuto etico all’invenzione e all’innovazione: questo è il progresso, oggi.
Non mi fa paura la macchina per quanto intelligente e artificiale essa sia, ma l’uso che ogni singolo essere umano può farne consapevolmente incosciente (mi si consenta l’ossimoro) del tradimento che egli può ordire contro il senso e la vita.
C’è chi si domanda se siamo all’altezza delle macchine e dell’intelligenza artificiale, perché porsi questa domanda e non, invece, se siamo all’altezza della nostra umanità? È questa la chiave di volta, attribuire fuori da sé quel male che viene da dentro di sé e così abbandonarsi alla de-responsabilizzazione mentre l’altro cade nell’oblio è un atteggiamento antico e comune, ma è un atteggiamento che ci mette tutti a rischio.
Forse, invece, la vera Rivoluzione che anche l’uso dell’Intelligenza Artificiale può e deve aiutare a comporre, intendo una rivoluzione che sia innovazione e progresso, si manifesta nella capacità umana non di essere speciale, ma di essere specialmente attenta all’essenziale nell’uso delle macchine come nel rispetto delle persone. Recuperare dignità e uscire dall’Anonimato Globale è una soluzione al dramma di chi si sente sconfitto dall’uso delle macchine, poché la cecità morale si evince nell’oblio intenzionale verso l’altro e nel desiderio di fingere di comunicare poiché si dimenticano le persone reali. Accade così che il vero scontro non è tra macchine e uomini, ma tra Intelligenza Artificiale e Umanità artefatta.