disciplinare la propria ansia, di Loredana De Vita

Discipline Your Anxiety – Writing Is Testifying

Bisogna imporsi disciplina, soprattutto per controllare i nervi, le tensioni, le paure.
Viviamo di ansie e di attese, non è un fatto anomalo, ma a ciascuna ansia andrebbe restituita la cornice che merita evitando che si espanda oltre confini illegittimi e predatori.
Eppure, spesso, mentre c’è chi riesce a controllare la propria ansia fino a quasi sopprimerla alla vista, c’è, al contrario, chi della propria fa motivo di annichilimento di ogni cosa come se esistesse solo quello e niente più. Anche l’ansia, allora, diventa un assoluto dimostrando che il sopportarla o meno non dipende dal caso o dalla violenza del caso, ma dal carattere, dal riconoscimento e dal potere su sé stessi che si costruisce nel tempo, una capacità che alcuni possiedono più di altri.
Sì, è così, però, ancora una volta, si dimostra anche che chi più soffre meglio sopporta, forse perché, semplicemente, impara a gestire le condizioni e anche sé stesso in modo che non siano fatali per gli altri. Se da una parte questa è una grande cosa, dall’altra, però, alimenta il senso di solitudine e la certezza che solo nella self-protection sia possibile stabilire un equilibrio nella propria esistenza mentre si impara a gestire i punti di forza e quelli di debolezza autonomamente. Di più, i punti di fragilità diventano punti di forza, poiché nella capacità di gestire e comprendere pienamente sé stessi si ha una perenne risorsa per poter restare dinanzi all’egoismo degli altri senza che questo ci pieghi.
Non è che il dolore o l’ansia per il dolore spariscano controllandoli, ma essi acquisiscono una dimensione di più ampia veduta e visione che rende ogni scibile percorribile e ogni ignoto valicabile.
Questione di coraggio? No, questione di abitudine al dolore e scelta consapevole di risorse per alimentare la vita e il suo senso invece di aggredirla vanamente e ridurla, riducendosi altrettanto, a prede tra le fauci di chi urla di più senza mai ascoltare e lo fa perché urlando può far notare quella presenza inutile cui altrimenti nessuno presterebbe sguardo e ascolto alcuno.
La forza non è mai nella presunzione di forza, ma nel coraggio di scoprire e incontrare sé stessi e di porre la propria verità in dialogo costante e profondo con la verità dell’altro. Non è forte chi schiamazza, è forte chi nella propria voce imprime il tono e il modo dell’onesta verità.
La disciplina verso sé stessi, allora, accresce l’assertività della persona, la sua capacità di sostenere (non sopportare) il disagio e il dolore personale, ma rende anche le persone in grado di comprendere e affiancare l’ansia e il dolore dell’altro poichè non dissimile dal proprio se guardati con l’occhio dell’amore e della giustizia senza che questi siano bagnati dal fango dell’egoismo e dell’atroce, imperturbabile, senso di vittimismo che separa l’intelligenza umana dalla verità e minuisce il valore stesso del dolore riducendolo a finzione pura e a pura menzogna.
Il coraggio è nell’ardire di conoscere la verità di sé stessi e di imparare a gestirla con sincerità, senza paura di perdere, poiché la vera perdita sarebbe non quella di non essere i vincitori, ma quella di avere perso sé stessi nel marasma delle urla caotiche dirette verso tutto e nulla come anche verso il silenzio di chi vuole riconoscere e conoscere solo la propria voce.
Bisogna, allora, disciplinare la propria ansia affinché essa sia non solo credibile, ma anche fattualmente sostenibile.