Twenty Years of an African Slaver, di B. Mayer e T. Canot, recensione di Loredana De Vita

B. Mayer and T. Canot: Twenty Years of an African Slaver – Writing Is Testifying

“Twenty Years of an African Slaver”(2020) di B. Mayer e T. Canot è il racconto vero della storia del Capitan Canot, un avventuriero di origini fiorentine, narrata da Myer nel 1854.
In realtà, è più di un libro che narra le avventure del Capitano Theodore Canot dalle sue prime esperienze in mare fino a quando lascia la navigazione per occuparsi della sua piantagione in Brasile; è più di un romanzo di formazione di un intelligente e astuto marinaio, poiché, infatti, Capitan Canot si trasformò in uno dei più noti procacciatori di schiavi dall’Africa occidentale e anche uno dei più crudeli.
Il racconto è molto dettagliato e, per questa ragione, diventa una fonte di informazione basilare per chi si interessi allo studio di quest’epoca storica che, dal mio punto di vista, resta una macchia indelebile dell’occidente crudele e presuntuoso nei riguardi dei popoli africani.
Capitan Canot si impossessava di schiavi africani per il suo commercio sia rapendo uomini, donne e bambini dalla loro terra di origine, sia depredandoli da altri vascelli di commercianti di schiavi con cui entrava in contatto in mare. Un vero e proprio “pirata dei mari”, potremmo definirlo, ma uno veramente poco romantico.
Il libro mi è apparso molto istruttivo da un punto di vista storico certamente, ma anche da quello sociologico poiché ben definisce le modalità con cui si rendono altri uomini schiavi e anche le ragioni, considerate ovvie e lecite, della crudeltà e violenza con cui queste persone erano trattate.
La cifra dello schiavismo, perché proprio di “cifra” si tratta, anche in senso economico, che consentiva una tale faciltà predatoria e offensiva della dignità dei perseguitati, è proprio nel non considerare queste persone come persone, ma come merci il cui valore è solo il ricavo che se ne può avere vendendole. Gli schiavi erano considerati inferiori e invisibili, i loro dolori, la solitudine e la dignità calpestata erano per gli schiavisti semplicemente inesistenti.
Il problema reale, quindi, non era il lavoro, cioè la necessità di avere operai per coltivare le terre o per occuparsi delle tenute, ma la presunta inferiorità della razza. Gli schiavisti, come si evince dalla narrazione, non si ponevano alcun dilemma di ordine morale e umano neanche rispetto al sesso o all’età degli schiavi, erano tutti utilizzati come dimostrazione della propria superiorità acclamata dal possesso e dalla possibilità di scegliere per la vita o per la morte degli schiavi.
Capitan Canot, di conseguenza, non ebbe scrupoli nel rapire, abusare, vendere e punire le persone “rese schiave” (poiché nessuno nasce schiavo) a suo comodo e piacere. Sembra che offendere e piegare la dignità di queste persone rappresentasse motivo di soddisfazione e piacere.
Gli africani erano considerati come subumani e, per questo, proprietà non meno che se fossero animali domestici, ma meno teneri e più difficili da addomesticare e per questo trattati con maggiore acredine e violenza. Si trattava della negazione dell’umanità di queste persone, ma per renderla più credibile, vista comunque la somiglianza fisica se non fosse per il colore della pelle, era necessario annichilirne l’intelligenza e lo spirito, piegarne la forza e il discernimento.
Non c’è possibilità di giustificare queste azioni e il loro compimento, per questo il libro è un interessante per quanto doloroso resoconto di una storia che non dovrebbe ripetersi e cui dovremmo pensare spesso quando continuiamo a comportarci in modi simili dinanzi all’incremento delle nuove migrazioni. Dovremmo ricordare che nessun essere umano è subumano e che nessuna persona è inferiore e può e deve essere ridotta in schiavitù fisica o morale.