accadde…oggi: nel 1910 nasce Giorgina Arian Levi, di Marcella Filippa

Giorgina Arian Levi

L’otto luglio 2010 all’età di cento anni, Giorgina Arian Levi riceve dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino, il sigillo della Città che tanto ama. E quando qualche settimana dopo viene festeggiata dalla Comunità ebraica del capoluogo piemontese, rivolge ai presenti un accorato appello: ”Non mollate, non mollate, non mollate”.
Quante volte nella sua lunga esistenza “ha capovolto le montagne”, come amava affermare quando raccontava con dovizia di particolari delle sue tante e complesse vite. 

Giorgina l’ho conosciuta verso i primi anni Ottanta, quando, giovane ricercatrice, mi impegnavo nelle ricerche di storia orale, e lei partecipava a seminari incontri dibattiti convegni, offrendoci uno sguardo e un punto di vista sempre inconsueto, a partire dai suoi lavori e dai suoi libri nei quali raccoglieva le tante testimonianze orali di gente comune, operai, donne, militanti di base. Da allora una feconda amicizia ci ha accompagnato per tanti anni, complice un lungo viaggio in Israele insieme alla ricerca delle sue radici, che ha cambiato la mia vita, offrendomi nuove e inedite prospettive.

Nasce a Torino il 15 agosto 1910 a Torino in una famiglia ebraica: il padre è Marco Amadio Levi, appassionato di fotografia, e la madre Gemma Montagnana (1887-1956), appartiene alla famiglia Montagnana di Borgo San Paolo a Torino, di tradizioni socialiste e comuniste, di cui ricordiamo: Lidia, sarta, comunista; Clelia socialista, modista, maestra elementare, nubile; Rita, sarta, sposata con Palmiro Togliatti, deputata, tra le 21 madri Costituenti; Elena, sarta e poi maestra elementare, anch’ella comunista.
Dopo la laurea nel 1933, con una tesi su L’evoluzione sociale e politica degli ebrei in Piemonte dalla Rivoluzione Francese all’emancipazione (1789-1848), insegna al Liceo classico Gioberti della sua città, fino a che le leggi razziali nell’ottobre del 1938 espellono per decreto tutti gli studenti e gli insegnanti ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado di tutto il Paese.

Nel 1939 a Genova, il rabbino Pacifici, aveva sposato Giorgina e Heinz Arian, psichiatra di origini ebree, fuoriuscito dalla Germania dal 1933 per studiare all’Università; nel 1939 i coniugi lasceranno l’Italia per emigrare in Bolivia, dove vivranno per sette anni, in parte in un villaggio minerario, sulle alture boliviane, dove Enzo farà il medico e Giorgina insegnerà ai figli dei minatori indios, in parte nelle città e nei villaggi della Bolivia, facendo tanti mestieri, persino la parrucchiera.

Col passare del tempo la nostalgia subisce tutta una evoluzione. (…) C’era sempre il desiderio di tornare, la speranza di un ritorno. I primi tempi si ha la nostalgia della vita, del quartiere in cui si abita. (…) Si rievocano le traverse di via Cibrario (la via in cui abitava a Torino, nda) per non dimenticare i nomi, i quartieri. Poi viene la nostalgia di tutta la città, alla fine la nostalgia di tutta l’Italia, il desiderio di tornare purché in quel paese e, negli ultimi tempi, lo struggimento per l’Europa”.
E ancora:

Metà dell’anima mia è boliviana, lì mi sono formata negli aspetti più importanti della vita, come comunista, come donna, come moglie, in un certo senso anche come insegnante. E’ stata un’esperienza in cui ho imparato a vivere, a non aver e più paura della morte, ad affrontare i pericoli, a constatare che li sapevo affrontare senza spaventarmi. Tutto ciò ha inciso profondamente, sono cambiata”.

Tornata in Italia, ripreso l’insegnamento al liceo, si impegnerà attivamente nelle fila del Partito comunista per il resto della sua lunga esistenza. Consigliera comunale a Torino (1957-1964), deputata per due legislature dal 1963 al 1972, segretaria nella XIII Commissione Istruzione e Belle arti della Camera, si impegna a fondo nella tutela degli studenti lavoratori. Giornalista pubblicista, costantemente collaborerà a riviste, giornali, con attenti e puntuali articoli culturali, di storia dell’ebraismo, di insegnamento e didattica. Nei primi anni del dopoguerra collabora con Ada Gobetti, prima donna vice sindaco della Torino liberata, alle riviste “Educazione democratica” e “Il giornale dei genitori”. 

Nel 1975 fonda il bimestrale ebraico piemontese “Ha Keillah”, organo del gruppo degli Studi Ebraici torinese, del quale sarà a lungo direttrice responsabile. 

Con coraggio, passione e lungimiranza, partecipa e interviene nel dibattito politico pubblico, assumendo posizioni personali e meditate anche su questioni molto delicate come ad esempio il conflitto israelo-palestinese,  impegnandosi per la pace fra i due popoli. 

Una donna, una insegnante, una donna d’azione come amava definirsi, una maestra di vita per tante generazioni, soprattutto per i giovani con i quali non ha mai smesso di dialogare, impegnata fino alla fine dei suoi giorni, trascorsi nella Casa di riposo israelitica nella città che ha amato sempre, anche quando lontana, a causa delle leggi razziali, non cessava mai di ricordare, nelle sue innumerevoli lettere scritte in tutti gli anni trascorsi in Bolivia, ai parenti, ai genitori, agli esuli, come lei, conosciuti negli anni dell’emigrazione forzata in tante parti del mondo: dal Messico, all’Argentina, dall’Australia, agli Stati Uniti, alla Svizzera. Una cittadina del mondo, capace di superare simbolicamente le frontiere, di impegnarsi, in particolare negli ultimi anni per favorire e promuovere pratiche di accoglienza dei migranti, in quanto lei stessa amava definirsi una migrante.

Sentivo dentro di me un’energia straordinaria. Ricordo quegli anni e i primi dopo il ritorno dalla Bolivia, come anni ricchi di un’energia giovanile capace di affrontare qualsiasi difficoltà. Niente mi faceva paura, mi pareva di poter vincere tutti gli ostacoli. Non voglio darmi delle arie, ma allora affrontavo la vita come mi si presentava, non avevo troppi rimpianti, non piangevo su me stessa, mi affermavo lottando”.

Una forza che trasmetteva ai genitori lontani, nelle lettere che testardamente ha continuato a scrivere.

Mille volte vi ripeto e vi raccomando di star bene, di saperci aspettare in salute, con i nervi a posto, di essere cauti, di scrivere o telegrafare se avete bisogno di soldi. Più che mai oggi val la pena di vivere e vedere”.

Perché la vita è bella, nonostante tutto, e va vissuta fino in fondo, sempre, in ogni istante: una lezione che Giorgina Arian Levi non ha smesso mai di impartire.