la tempesta, di W. Shakespeare, riflessioni di Loredana De Vita

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Non si tratta di una recensione, come si potrebbe azzardare una tale presunzione dinanzi a un maestro della letteratura mondiale di cui si è detto molto, ma di cui, a mio parere, c’è ancora l’anima completa da scoprire? Un’anima cui non si riuscirà mai a pervenire, forse, e proprio a causa della grandezza che rende universale la voce di Shakespeare. La sua voce, difatti, non si appella a giudizi ma a fatti, non chiede di schierarsi ma di prendere parte alla vita nelle sue molteplici sfaccettature e nel rispetto consapevole che nessuno è esente da errore, dubbio, possibilità di riscatto, poiché ciascuno è voce del proprio sogno e ogni sogno si costruisce su dolore e speranza, esperienza e inesperienza, solitudine e clamore.
La mia riflessione, dunque, non ha la pretesa di recensire un’opera peraltro di particolare intensità e complessità come “The Tempest” (The New Penguin, 1968), ma vuole solo prendere spunto da alcune frasi del grande “bardo” che non possono non lasciare un segno e un pensiero nella percezione e nella capacità di introspezione di ciascuno.
In “The Tempest”, come spesso nelle opere shakesperiane, si narra di un inganno, di un molteplice inganno che sembra trasformare la realtà apparente in reale in modo che l’inganno possa essere strumento di riconoscimento, identificazione e scoperta della verità. Accade spesso nelle opere di Shakespeare, pensiamo ad Hamlet che si finge pazzo per riuscire a scoprire l’assassino del padre, oppure a Macbeth che, per assecondare la sete si potere sua e della sua sposa, finge tranelli e tradimenti là dove non c’è che un espediente di sopruso e violenza contro chiunque osi mettersi tra lui e il potere. Potrei continuare, poiché le opere di Shakespeare sono sempre così profondamente umane da interessarsi e descrivere e narrare le trame e gli inganni che perseguitano il quotidiano di molti dei suoi protagonisti.
Ritorno a “The Tempest, dunque, con un breve riassunto della trama: Prospero, duca legittimo di Milano, è esiliato per un complotto perpetrato da suo fratello Antonio in accordo con il re di Napoli Alonso, su un’isola del Mediterraneo dove vive Caliban, figlio di una strega africana, un essere mostruoso e violento e Ariel, uno spiritello dell’aria trattato come schiavo da Caliban. L’unica compagnia di Prospero è sua figlia Miranda. Prospero, studioso e pratico delle arti magiche, riuscirà con un tranello a far naufragare la nave su cui viaggiano Antonio, il re Alonso e suo figlio Ferdinando, proprio sulla sua isola. L’intento è quello di rivelare gli inganni, riprendersi il ducato di Milano e restituire alla figlia la vita che le è stata sottratta. Miranda e Ferdinando si innamoreranno, Prospero riuscirà nel suo intento, e il matrimonio tra Miranda e Ferdinando rappresenterà anche l’unione tra il Regno di Napoli e il Ducato di Milano. Caliban abbandonerà la sua violenza, riconoscerà la bontà di Prospero e lascerà libero lo stesso Ariel di vivere la sua vita.
Un lieto fine, insomma, cui si perviene, come sempre nelle opere di Shakespeare, passando attraverso intrighi, sotterfugi, finzioni, fino alla rivelazione della verità che potrà essere riconoscibile e riconosciuta solo quando tutti i personaggi avranno mostrato, nel bene e nel male, le proprie debolezze e caducità.
«We are such stuff as dreams are made on; and our little life is rounded with a sleep (W. Shakespeare, The Tempest, Act IV, Scene I, vv. 156-15 sono le parole che Shakespeare pone sulla bocca di Prospero quando, infine, ogni cosa è rivelata e la vita può riprendere il suo corso, liberata dalle pastoie della menzogna. Prospero è un sognatore, pur ridotto nella condizione estrema di un esilio violento e assoluto che avrebbe potuto mettere a rischio la sua vita e quella di sua figlia Miranda, Prospero reagisce, non ha paura dei mostri che popolano il suo tempo (né di quelli che lo hanno tradito in patria né di Calibano, sull’isola), ma continua a sognare e sui suoi sogni costruisce speranza e azione, determinazione e costanza, volontà di salvezza e di riscatto dai soprusi e lungimiranza. La sua azione, infatti, non tende a dividere ma unire anche se per farlo dovrà fingere di essere intollerante e cattivo, ma ha bisogno di mettere alla prova non solo i suoi sentimenti, ma quelli di Ferndinado e di Miranda. I sogni gli danno la speranza, ma anche il territorio su cui muoversi ragionevolmente per conquistare una vittoria. Nulla è per caso, verrebbe da dire, ma nulla si costruisce senza il sogno di una possibilità e senza la capacità di cogliere e inventare occasioni in cui quel sogno possa diventare realtà.
Quest’amore per i sogni, che più volte, anche drammaticamente, ritorna in Shakespeare (penso, per esempio, al Mercutio di Romeo e Giulietta) è la fonte, l’unica risorsa, cui attingere la forza per dominare il presente e costruire il futuro.
Mi domando, noi siamo ancora capaci di sognare costruendo e non distruggendo? La forza dei nostri sogni è ancora il coraggio di giustizia e verità? Oppure, i nostri sogni sono solo sogni di benessere che si traducono in vuoto di senso e nichilismo di significato?
Quando l’opera, The Tempest, giunge alla sua conclusione, anche Miranda è affascinata dal mondo nuovo che potrà finalmente conoscere, che le darà la possibilità di mettere alla prova sé stessa nella realtà e non nel mondo misterioso e chiuso dell’isola in cui è cresciuta segregata insieme al padre, Prospero. Ella esclama «O, wonder! How many goodly creatures are there here! How beauteous mankind is! O brave new world, that has such people In’it!» ( ibid. Act V, Scene I, vv. 182-185). È questa la speranza di Miranda, potersi incontrare con un mondo nuovo, un mondo vario e accogliente, un mondo in cui imparare a conoscere e conoscersi. Ma è questo il mondo che stiamo costruendo? Un mondo in cui l’apparenza dia spazio alla sostanza e le emozioni e i pensieri si traducano in fatti e azioni che accolgono e condividono?
Voglio ricordare che a questi stessi versi si ispira il titolo del romanzo distopico di A. Huxley, Brave New World, ma il mondo di cui con ironia ci avverte l’autore, è l’opposto del mondo sperato da Miranda, è un mondo chiuso all’altro e chiuso a sé stessi che, nell’illusione del benessere e benestare, assassina la speranza e la libertà.
Ancora da quest’opera, The Tempest, è tratto il titolo del romanzo di Janet Frame, Gridano i gufi. Questa volta è lo spiritello Ariel a parlare «Where the bee sucks, there suck I, In a cowslip’s bell I lie; There I couch when owls do cry. (ibid. Act V Scene I vv.88-90). Ariel, finalmente liberato, respira al sicuro la sua libertà e lascia che i fiori del prato lo proteggano mentre in alto e lontani i gufi gridano senza più potergli fare del male.
Saremo in grado di cogliere la bellezza delle cose semplici e da esse attingere il nettare della nostra vita? Un interrogativo semplice la cui risposta, però, giace nel silenzio.
The Tempest, una storia bella, una storia dove straordinariamente può essere udita come voce del tempo.