un muro di ombre, di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2022/02/07/a-wall-of-shadows/

C’è un muro d’ombre che invade il nostro spazio sociale avvolgendo ciascuno nella foschia della finzione e del “pressapochismo”.
Ciascuno è chiuso dentro di sé, alza la testa da sotto la sabbia del suo scontento solo per ammiccare un attimo alla straordinaria forza della disperazione dell’altro, ma questo è tutto, poi la riabbassa senza fare niente e torna a poltrire nella polvere che lo consuma.
È così, ogni cosa si brucia e si esaurisce come fosse un piccolo fiammifero; ogni pensiero al di fuori del pensiero di sé si deteriora nel tempo di un’emozione, pallida e provvisoria, per poi ritornare nel limbo, tra la polvere e i detriti di cui ci si sente padroni, ignari di esserne succubi.
La storia dell’altro, in realtà, non ci coinvolge. Lasciamo che essa si narri solo se è particolarmente emozionante o scabrosa, per ridurla poi a zero non appena essa abbia dissetato la nostra brama di curiosità emotiva che ci consente, forse, di credere di essere ancora vivi e buoni e giusti.
Il torpore, invece, avvolge il nostro senso. Abbiamo bisogno di una pace che non ci attiviamo per costruire. Leghiamo tutto all’effimero e al transitorio nell’illusione che questo ci dia una scarica di adrenalina che ci consenta di respirare ancora. Ma qual è il nostro respiro? L’ultimo, l’ultimo respiro che ci accommiata da una vita degna di essere vissuta.
Ogni giorno che passa, ogni attimo che scorre, la nostra stessa illusione si impoverisce, ma non ci importa, purché ci resti la sensazione di esistere solo per aver condiviso quell’attimo di comune emozione per l’altro che soffre. Non importa per quanto tempo sia durata la condivisione, né l’emozione, ciò che conta è aver finto di avere ancora uno sguardo sulla vita degli altri che ci faccia sentire “buoni” perché ci siamo emozionati dinanzi all’abisso che ha travolto qualcuno che è fuori di noi e che nell’esterno lasciamo al suo posto senza avergli neanche teso una mano.
Viviamo il quotidiano come estranei alla vita tranne qualche sussulto che ci scuota, ma non troppo, affinché si possa immaginare di poter in quella scossa ricomporre la nostra coerente umanità, sebbene non sia vero.
Viviamo il nostro tempo come fossimo canali televisivi all’interno dei quali ci piace fare “zapping” passando da una cosa all’altra, sovrapponendo immagini a immagini affinché si confondano e possano raccontarci una storia diversa da quella reale, una storia che ci faccia comodo e giustifichi l’indifferenza con cui ci prendiamo falsamente cura della vita, la nostra vita e ogni vita.
Viviamo come se sfogliassimo online giornali su giornali fregiandoci di averne letti tanti per tenerci informati, ma dei tanti articoli abbiamo letto solo il titolo in evidenza, guardato qualche foto, senza mai andare oltre e più approfonditamente poiché farlo significherebbe andare oltre sè stessi e rendersi infine responsabili di quella vita che riceviamo e che il più delle volte sprechiamo senza contesto e senza misura.
La misura, già! Qual è la misura del nostro “adattarsi” che si trasforma in “disadattamento”? Qual è la fine di una tale sovrana distrazione? Quando riusciremo a togliere quella nostra testa da sotto la sabbia, a smettere di cercare le emozioni facili e ovvie, a credere che il valore di una persona non sia nell’effimero emotivo che ci domina insieme alla sete di potere?
Ecco, quel muro di ombre può farsi più spesso e oscuro se continuiamo a nasconderci e a nascondere la verità, cioè, che non solo nessuno si salva da solo, ma anche che nella vita dell’altro c’è la nostra stessa vita.