Paradiso, di Toni Morrison, recensione di Loredana De Vita

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“Paradiso” (Pickwick/Frassinelli, 2019) è un romanzo di Toni Morrison la cui lettura è abbastanza complessa poiché la scrittura dell’autrice si riempe di significati che, attraverso le parole e la narrazione, elevano a pensieri più profondi del semplice apparire.
Gli eventi stessi sono narrati con flash-back frequenti, animati da molti personaggi la cui pregnanza non è forse essenziale se non come dimostrazione che il vero tema del romanzo non è il conflitto tra bianchi e neri, ma quello più forte e alienante della dimostrazione che ogni rifiuto di qualsiasi tipo di diversità porta all’odio e sconfina nel vuoto di umanità e di senso.
A chiarire immediatamente questo concetto è l’incipit stesso del romanzo, «Sparano prima alla ragazza bianca», dal che si intuisce che furono sparate anche donne “nere” e che queste si trovavano tutte nello stesso luogo, insieme.
Le domande che ci si pone immediatamente sono “Chi sparò? Erano bianchi o erano neri?”, difficile chiedersi “perché spararono e chi erano quelle donne”. Un incipit volutamente provocatorio, un incipit che chiarisce subito i termini della questione spostando l’obiettivo oltre la discriminazione per colore della pelle.
L’autrice è abilissima a trasportare il lettore nella comunità di Ruby, una cittadina i cui abitanti avevano deciso di fondare, nel 1876, un “paradiso” in terra. Un luogo, cioè, dove ogni aberrazione e violazione morale fosse abolita; un luogo, però, che, nel tempo, si rivela falso così come i suoi cittadini sono ipocriti.
A Ruby, un po’ distanziato sulla collina, c’è un “convento”, in realtà la ricca dimora di un «malversatore», come lo chiama la Morrison, che successivamente fu adibito all’educazione delle native indiane in modo che, private della loro cultura originaria, si adeguassero a quella dei nuovi americani.
Successivamente abbandonato, il convento diventa dimora di alcune donne che fuggono dalla propria esistenza di soprusi e persecuzioni e ritrovano se stesse nello stare insieme alle altre vivendo di cose semplici e della serenità della vita fuori dallo sguardo malevolo che le aveva da sempre perseguitate.
Eppure, Mavis, Grace, Seneca, Divine, Patricia, Consolata, Lone, Save-Marie, non scamperanno all’odio della comunità di Ruby che, immediatamente, si insospettirà della loro presenza, indagherà sulla loro storia, accuserà le donne fino all’atto finale degli assassini con cui il libro si apre.
Il finale diventa incipit, e questo anche dimostra che ciò che conta per l’autrice non è il colore della pelle, ma che cosa della differenza può far paura agli esseri umani. Non importa che la comunità sia composta da afroamericani, non importa neanche che ci sia una forte narrazione patriarcale della relazione tra gli uomini e le donne; quello che importa è l’impossibilità di creare un paradiso in terra senza superare davvero la paura quasi esistenziale che gli esseri umani hanno della diversità riuscendo persino a crearla laddove non esiste pur di avere un nemico contro cui scagliarsi.
Ciascuna delle donne narra la sua storia, ma la sensazione è quella di un dolore corale senza nome specifico, ma con tutto il peso dell’ingiustizia.
“Paradiso” (Pickwick/Frassinelli, 2019) è un romanzo complesso da leggere, ma in cui sicuramente Toni Morrison è riuscita ad arrivare al nodo cruciale delle relazioni umane: i laceranti conflitti dell’umanità.