creuze e creuze de mä: riflessioni a briglia sciolta sul dialetto genovese , su De André e su Genova di Renzo Bistolfi

Come le lingue romanze, il ligure rappresenta l’evoluzione locale del latino, contaminato dall’idioma ligure preesistente. Per questa ragione è spesso definito “lingua ligure” piuttosto che “dialetto”.
Oggi sempre meno usato nelle famiglie, il genovese risente dell’impallidire delle tradizioni e delle espressioni vernacolari nella transizione generazionale.
Eppure è una lingua ricca di espressione e di sfumature che va protetta e conservata, a sua volta contaminata dall’arabo, dal turco, dal francese, dal portoghese e dal parlare di tutti i popoli che in secoli di navigazione e commerci si sono incrociati con i genovesi. Il ligure si parla ancora oggi a Bonifacio, in Corsica; a Carloforte, in Sardegna; nel Principato di Monaco.
Genova, abituata da millenni a venire a contatto con popoli diversi, ha sempre mantenuto la sua forza, la capacità di rendere genovese, in definitiva, chi ci viene a vivere.
E’ un porto dal quale si parte per andare altrove, perché i genovesi sono rimasti dei viaggiatori. E così, da sempre, in molti se ne vanno a cercare fortuna in giro per il mondo, ma, alla fine del viaggio, il genovese si accorge quasi sempre che Genova lo chiama, è lì che lo aspetta, è il porto che lo accoglie di nuovo, l’unico possibile. E ne riscopre la storia gloriosa, le vestigia splendenti, le stratificazioni nei secoli e la scabra, essenziale mentalità dei suoi abitanti orgogliosi, dalla caustica ironia. Così, come l’emigrante della canzone “Ma se ghe pensu” molti, dopo tanti anni, qui sono tornati, come buoni marinai che approdano nel porto sicuro da dove sono partiti e dove ritrovano valori e sentimenti che credevano dimenticati.
Fabrizio De André, fra sue bellissime canzoni, ne annovera una genovesissima, il cui testo è pura poesia: Creuza de mä.
Con questo testo De André è il primo, e forse l’unico, che usa la lingua genovese per il suo suono e la sua musicalità intrinseche, mettendo insieme una filastrocca che diventa canto anche senza la musica.
Umbre de muri, muri de mainé
Dunde ne vegnì, duve l’è ch’ané
Da ‘n scitu duve a l’ûn-a se mustra nûa
E a nuette a n’à puntou u cutellu ä gua
E a muntä l’àse gh’è restou Diu
U Diàu l’è in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
Ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
A funtan-a d’i cumbi ‘nta cä de pria
E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià
Int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
Gente de Lûgan facce da mandillä
Qui che du luassu preferiscian l’ä
Figge de famiggia udù de bun
Che ti peu ammiàle senza u gundun
E a ‘ste panse veue cose ghe daià
Cose da beive, cose da mangiä
Frittûa de pigneu giancu de Purtufin
Çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
Lasagne da fiddià ai quattru tucchi
Paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi
E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
Emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
Finch’ou matin crescià da puéilu rechéugge
Frè di ganeuffeni e d’è figge
Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na crêuza de mä
Le creuze sono mulattiere, percorsi peculiari della Liguria e del genovesato in particolare: delle strette vie lastricate di mattoni e ciottoli di mare che si inerpicano dritte sulle colline, lungo il crinale, e con la massima pendenza, fra i muri degli orti e delle vigne.
Scriveva Eugenio Montale:
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Questi versi, per chi ne ha vista una, evocano subito una creuza di Liguria, in un pomeriggio assolato d’estate.
Eppure, a questo punto, occorre una spiegazione: tutto il mondo, quando ascolta la canzone Creuza de mä, pensa che De André si riferisca a uno di questi vicoli che scende a precipizio verso il mare , ma non è così.
La Creuza de mä, in realtà, è un particolare fenomeno che si verifica sulla superficie del mare, specialmente quando c’è bonaccia da tramontana, e sull’acqua appaiono zone di differente colore che sembrano dei sentieri serpeggianti diretti verso l’orizzonte e che i pescatori chiamano, per l’appunto, “Creuze de ma”.
Quande o ma o fa è creuze, dicono, cioè quando il mare traccia dei sentieri.
La canzone di De Andrè, termina con la strofa:
Bacan da corda marsa d’aegua e de sa
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de ma.
Cioè: Padrone della corda, intrisa d’acqua e di sale, che ci lega e ci porta in una creuza di mare.
E’ un’immagine popolare del concetto di vita e di morte secondo gli antichi liguri.
Il padrone della corda, nell’immaginario popolare è Dio, che ti lega con la sua corda bagnata d’acqua di mare, e ti trascina verso l’orizzonte, cioè lungo il cammino della vita, verso l’infinito e, per conseguenza, verso la morte.  Senza la comprensione di questo significato profondo si perde la conclusione vera, il senso dell’intero testo.

 

Scommetto che buona parte di chi legge, liguri compresi, non ci aveva pensato.