verso il paradiso, di Hanya Yanagihara, recensione di Loredana De Vita

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“Verso il paradiso” (Feltrinelli, 2022) di Hanya Yanagihara è un libro dalla struttura alquanto complessa ma accattivante e dalla storia, anzi, dalle storie che, pur nella loro diversità, possono ricongiungersi in un unicum di visione sul proprio passato il presente e il futuro: la ricerca di un paradiso in terra, nel proprio mondo, tradita dal prevalere dell’indifferenza e della solitudine.
Il volume è diviso in tre libri ognuno dei quali potrebbe anche rappresentare un romanzo a sé, e ambisce a narrare tre storie diverse, in tre epoche diverse in cui l’esperienza umana del disagio, della sofferenza, della malattia, della ricerca di un mondo migliore, assume voci differenti ma uguali.
Ogni storia è ambientata in America (New York, 1893; Manhattan, 1993; Washington, 2093), ma ogni storia propone un’America diversa da quella che conosciamo o che potremmo conoscere (nel caso dell’ultimo libro che è una chiara distopia), eppure, proprio questa a-storicità, o storicità fino a un certo punto, fa sentire che i luoghi descritti non sono un solo luogo, ma potrebbero essere ogni luogo, poiché le storie narrate appartengono all’umanità e non a un singolo Stato o uomo.
La stessa cosa si può dire per le epoche prescelte nei tre diversi volumi, come se non ci fosse un tempo unico, ma tutti i tempi, cioè le voci narrate non riguardano un’età specifica, ma tutte le età e in tutti i luoghi.
Questo espediente narrativo, per quanto possa apparire complesso in principio, coinvolge il lettore spingendolo ad abbandonare i canoni consueti di lettura del tempo per immaginare quanto ogni tempo sia legato all’altro e quanto in ogni tempo la violenza, la discriminazione, la paura, i regimi totalitari, il controllo delle idee e delle parole riducano ogni essere umano alla condizione di schiavo.
A rafforzare questa sensazione di unicità della storia nel tempo e oltre il tempo, l’autrice impiega nei diversi libri sempre gli stessi nomi, come se ciascun nome non rappresentasse il singolo individuo, ma tutti i nomi.
Davvero c’è nella narrazione un sapore “universale”, le storie narrate appartengono a “ogni uomo” rappresentato nella sua dimensione di abbandono sebbene, e lo dimostra la temporalità dei tre volumi, non si rassegni mai a smettere di cercare il paradiso.
Raccontare la storia di ciascun libro significa irrompere nel legame che deve crearsi tra il narratore e il lettore, basti dunque sapere che in ogni narrazione i personaggi raggiungono vette di profondità grazie alla scrittura dell’autrice e che sono elevati oltre il consuetudinario e i luoghi comuni.
Una cosa che ho apprezzato molto à la naturalezza con cui la dimensione sessuale dei protagonisti (omossessuali e lesbiche) non diventa pietra di scandalo, ma è narrata con risolutezza e senza pregiudizio, poiché il tema non è l’omosessualità, ma la convergenza di tutti, diversi ma uguali, verso la ricerca del bene e della serenità, della protezione e tutela di chi si ama, della ribellione contro l’oppressione sotto ogni sua forma e della delusione che si prova dinanzi al proprio fallimento e all’impotenza di sconfiggere quei poteri forti che annullano la dimensione umana.
“Verso il paradiso” (Feltrinelli, 2022) di Hanya Yanagihara è un romanzo scritto con una voce forte e sincera, con uno sguardo ampio e consapevole, con la coscienza della propria caduca umanità, ma anche come monito contro i soprusi e le oppressioni cui ogni tempo è soggetto e cui ogni uomo può essere facilmente costretto.
Lo suggerisco.