i giorni di scuola di Gesù, di J. M. Coetzee, recensione di Loredana DE Vita

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La bellezza profonda della riflessione armoniosa che può esserci in un romanzo scritto in maniera semplice e diretta è sempre qualcosa che mi incanta, ho trovato, ancora una volta, questo incanto nella scrittura di J.M. Coetzee e, nello specifico, nel suo “I giorni di scuola di Gesù” (Einaudi, 2016).
La scrittura di Coetzee è una scrittura che cresce, matura, approfondisce man mano che segue la storia dei suoi personaggi e, se già nella prima parte di questa trilogia, “L’infanzia di Gesù”, l’autore ha dato prova della sua capacità di assorbire completamente l’attenzione del lettore rendendolo partecipe della narrazione e degli interrogativi dei personaggi, in questa parte supera i suoi stessi traguardi.
La storia di David, Sìmon e Inès prende forma in un dialogo senza fine non solo tra i due personaggi principali, Sìmon e David, ma tra tutti gli altri che possono affascinare per bontà, indifferenza, ignoranza, cattiveria persino, ma che rappresentano tutti gli aspetti di una umanità che si espone agli eventi del quotidiano e che l’autore non giudica mai, semplicemente li presenta.
David, crescendo, diventa sempre curioso, ma anche più intrigante. Apparentemente, sembra giudicare Sìmon e Inès, ma, di Sìmon si fida, a lui si affida sebbene spesso con tensione spregiudicata ed eccessiva. È un bambino “esplicito” che pone domande e pretende risposte, come tutti i bambini, ma che è capace di esprimere opinioni proprie fino ad accusare Sìmon di non conoscerlo.
Inès, la pura (come indica il significato del suo nome), sembra distaccarsi sia da Sìmon che da David, sembra cercare una stabilità personale che non ha mai avuto. Si preoccupa solo della scuola di David e che sia formato come si deve nello stesso modo di tutti gli altri bambini. Ma David non è un bambino come tutti gli altri, le sue relazioni con gli insegnanti e gli altri bambini non sono relazioni comuni.
Sìmon è sempre più legato al bambino e al suo ruolo di educatore, ma pensa che il bambino non lo comprenda e che avrebbe bisogno di cose più semplici delle riflessioni sul senso della vita che lui è in grado di porgergli. Così, entra in crisi, si sente inadatto, sente che quel suo essere considerato da tutti come una persona “perbene” è uno stigma che non lo descrive e che, addirittura, impedisce agli altri di conoscerlo e capirlo più profondamente. Eppure, non desiste dal suo obiettivo. Soffre, ma non abbandona la cura di David.
In questo romanzo appaiono personaggi molto interessanti, non solo Ana Magdalena, l’insegnante all’Accademia di danza che David comincia a frequentare, ma anche di Dmitri, custode del museo adiacente all’Accademia e invaghito di Ana Magdalena. La storia tra i due prenderà una piega dolorosa, ma sarà occasione per riflettere sulle passioni e sulle loro conseguenze come anche sulla giustizia e sul suo ruolo nella vita di un criminale.
Il bene e il male sono rappresentati come forze che si contrappongono senza equilibrio, ma mai l’una riesce a sopraffare l’altra. Sìmon sembra l’ago della bilancia tra queste forze, il perno che non consente all’una o all’altra di prevalere costruendo così quell’equilibrio tra bene e male che possono persino convivere.
Moltissimi e ancora più evidenti i riferimenti alla storia di Gesù, impossibile non chiedersi quale fosse il suo legame con Giuseppe (coppia padre/figlio che Sìmon e David incarnano profondamente), ma la verità è che le mille domande che ci si pone leggendo questo romanzo non appartengono solo alla vita di Gesù, ma alla riflessione profonda che ogni persona dovrebbe fare su sé stessa e sulla propria vita.
“I giorni di scuola di Gesù” (Einaudi, 2016) di J.M. Coetzee, è un romanzo che parla di vita e di amore, di educazione e formazione, di spirito e corpo e mai, nemmeno per un istante, tradisce i lettori.