La torre d’avorio al Teatro della Pergola, recensione di Fausta Spazzacampagna

la torre d'avorio
Chi può essere certo di avere in pugno la verità?  Questa è la domanda che lo spettacolo “La torre d’avorio”, un avvincente testo di Ronald Harwood in scena al Teatro della Pergola in questi giorni, lascia in sospeso perché ognuno possa cercare dentro di sé la risposta.
La vicenda – tratta da un fatto reale – si svolge in un ufficio del tribunale americano di denazificazione dove ha luogo l’interrogatorio del grande direttore d‘orchestra Wilhelm Furtwaengler da parte del maggiore  Steve Arnold. Il musicista – interpretato da uno splendido Massimo De Francovich – fermo e dignitoso anche nei momenti estremi in cui sembra cedere all’emozione – è indagato per una presunta connivenza con il regime di Hitler dovuta al fatto di aver voluto restare in Germania, e interrogato dal maggiore – interpretato da Luca Zingaretti che è anche il regista dello spettacolo – il quale per  trovare contro di lui i peggiori capi d’accusa, si accanisce con inaudita violenza contro il Maestro.
Zingaretti ha avuto il coraggio di scegliere per sé la parte ingrata del maggiore, che odia la musica classica ed è rimasto sconvolto dalle atrocità perpetrate dal regime, interpretando il suo difficile ruolo con brutalità, dimostrando ancora una volta la sua capacità di “calarsi” in personaggi  completamente diversi.
Insieme a loro Peppino Mazzotta, Gianluigi Fogacci, Elena Arvigo e Caterina Gramaglia: ognuno di loro rappresenta una sfaccettatura di come l’uomo possa avere differenti reazioni davanti ad una simile situazione.

Il mio amore per l’arte e per la musica mi ha fatto dapprima mettere dalla parte del musicista, considerando giusta la sua posizione di voler a tutti i costi mantenere viva l’arte cercando di sottostare meno possibile ai ricatti.
Ma la struggente confessione del maggiore mi ha riportato al dubbio iniziale. Lui che ha visto le camere a gas, che ha sempre presente l’odore che proveniva dalle ciminiere dei forni, che ha visto quegli uomini, quelle donne, quei bambini può avere così indurito il cuore per tanta sofferenza fino ad arrivare all’odio.
Non si può, non si deve collaborare con un regime infame, ma fare arte è collaborare? E’ possibile l’autonomia dell’arte di fronte alla politica? Furtwaengler è stato prosciolto dalle accuse ma è rimasta un’ombra sul suo passato e alla domanda non si è trovata una risposta univoca.

Le scene di André Benaim, così essenziali e scarne permettono di concentrarsi totalmente sui personaggi, dando però risalto ad alcuni particolari come i risvegli improvvisi del maggiore dai suoi incubi nei brevi momenti di riposo o le lunghe disumane attese del Maestro fuori dall’ufficio….
La musica di Beethoven apre e chiude i due atti….
Grandi applausi da un teatro pieno fino all’ultimo posto…con anche qualche poltroncina aggiunta…

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