Non dire il mio nome di Paola Presciuttini, recensione di Daniela Domenici

non dire il mio nome

Ancora un libro che mi chiama dagli scaffali della mia biblioteca preferita, non è recentissimo, è del 2004, l’autrice a me sconosciuta fino a oggi nonostante che abbia letto nella sua biografia che ha cominciato giovanissima a scrivere e pubblicare, nel 1994: è Paola Presciuttini, mia concittadina, e il suo “Non dire il mio nome”, sua terza opera.
Ancora una volta è stato “coup de foudre” immediato e totale grazie sia allo stile narrativo scelto dall’autrice, una sorta di lettera-diario della giovane protagonista, il cui nome verrà svelato solo nell’ultima delle 285 pagine che volano via, alla sua amata zia, che ai perfetti dialoghi e all’introspezione psicologica dei personaggi principali: i genitori, in primis, e Marta, colei che farà scoprire l’amore a Pedro, il nome con cui si ribattezza la protagonista dal momento in cui la incontra.
Paola Presciuttini usa in modo perfetto la tecnica joyciana dell’epifania, del graduale disvelamento in modo che la lettrice e il lettore vengano a conoscere, come cerchi sempre più ampi, nuovi dettagli che arricchiscono e fanno comprendere le motivazioni di certe scelte.
Ottime anche le descrizioni dei luoghi geografici in cui si svolgono gli eventi della vita di Pedro, sembra di vederli: prima la natia Rosignano Solvay, poi l’isola della Gorgona, quindi Firenze e, in minor misura, Napoli, l’ultimo approdo di Pedro.
Delicata e commovente la descrizione della nascita e dell’evolversi dell’amore tra la protagonista e Marta così come drammaticamente dolorose quelle della violenza immotivata del padre.
Grazie, Paola, sei stata una splendida scoperta, spero di leggere presto le altre tue opere.