“Un amore d’altri tempi”, racconto di Caterina Chiofalo, recensione di Daniela Domenici

Marcia_Catonis

Caterina Chiofalo, docente di lettere in un istituto superiore etneo nonché amica virtuale di FB “conosciuta” nel gruppo, di cui entrambe facciamo parte, “Toponomastica femminile”, mi ha gentilmente inviato un suo breve racconto, che è contenuto nella collana “Raccolta racconti 2“ in versione ebook su Amazon, per avere una mia recensione.

(Continuo a emozionarmi e a essere grata ogni volta che qualcun* mi fa  una richiesta: è un  onore e un piacere per me).

Il racconto dell’amica Caterina, che potrete leggere subito dopo queste mie parole, è basato su fatti storicamente reali ma è stato creato con la fantasia dell’autrice che ha saputo trarne una deliziosa storia d’amore d’altri tempi come dice anche il titolo.

I protagonisti sono Marco Porcio Catone e sua moglie Marzia, madre dei suoi due figli, Quinto Ortensio e Ortensia.

Per renderlo ancora più atemporale e quindi anche attuale l’autrice non inserisce alcuna data ma soltanto, come sottotitolo, il verso 85 del Purgatorio dantesco che si riferisce proprio all’amore che legò Catone a Marzia.

Caterina Chiofalo, usando la tecnica narrativa del flashback, fa rievocare a Marzia,  nel momento della morte del suo secondo marito Ortensio, la storia del suo primo, grande amore per Catone e del sacrificio da lei fatto quando lui, un giorno, all’improvviso, le fa una richiesta a cui lei acconsente e che non vi anticiperò per non sciupare la sorpresa.

L’epilogo è inaspettato, è un lieto fine che bilancia, in qualche modo, la precedente sottomissione e che mette in luce la forza interiore di questa donna, Marzia, che potrebbe essere una nostra contemporanea.

Davvero brava, Caterina, hai tutte le carte in regola per entrare nel ristretto olimpo delle autrici e degli autori di romanzi storici: aspettiamo che ce ne regali presto uno.

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Un amore d’altri tempi: Marzia e Catone di Caterina Chiofalo

(“Marzia piacque tanto a li occhi miei” Dante, Pur. v.  85 )

Lo guardava disteso sul letto funebre, avvolto nella sua toga più solenne. Era maestoso:  sessantasei anni, col volto sereno, i capelli grigi ravviati e profumati. Aveva colto lei l’ultimo respiro del marito dandogli un bacio e chiudendogli gli occhi, poi  gli aveva messo l’obolo sotto la lingua perché Caronte lo accogliesse nel regno dei morti. In fondo gli aveva voluto bene ed il frutto della loro unione era lì accanto a lei: due  bambini di cinque e quattro anni, Quinto Ortensio e Ortensia, con lo sguardo imbambolato. Non capivano perché il padre fosse lì immobile, con gli occhi chiusi, ma sapevano che era successo qualcosa di grave. Erano molto diversi: il più grande con i capelli appena mossi, fiero, magro, dai lineamenti forti e vigorosi, la seconda paffuta, con i riccioli ribelli, tonda in viso, con gli occhi vispi e furbi.

Ortensio, il maggiore, le ricordava il suo primo uomo, Catone, l’amore della sua vita. Lo rivedeva accanto a sé davanti all’altare di Giunone pronuba mentre alla presenza dell’augure si scambiavano la promessa di matrimonio. “Ubi tu Gaius, ego Gaia”: aveva pronunciato guardandolo negli occhi e lui, un bell’uomo di  circa trentatrè anni, il corpo reso forte e muscoloso da anni di addestramento militare, le aveva sollevato il velo di un arancione fiammeggiante e l’aveva baciata in fronte tra le grida di felicitazioni di parenti e amici: “Catoni et Marciae feliciter”. Poi il corteo nuziale aveva accompagnato gli sposi alla casa di lui, una ricca villa con un ingresso sontuoso. Mentre due amici dello sposo la sollevavano per farle varcare la soglia, il suo sguardo si era soffermato sul cane minaccioso del mosaico d’ingresso e sulla scritta “Cave canem”, monito per gli ospiti, e quindi era rimasto abbagliato dallo splendore dell’atrio con la vasca al centro e un fascio di luce che cadeva dal tetto. A questo punto l’anziana pronuba l’aveva presa per mano e condotta al letto nuziale, nella parte più interna della casa, e l’aveva lasciata lì seduta sul copriletto di porpora ricamato ad attendere trepidante lo sposo.

Era iniziata così la sua avventura di sposa e madre di famiglia. Marco Porcio Catone era un austero uomo politico, rigido osservante delle leggi e dei costumi della patria, degno erede di Catone il Censore.  Conosceva la sua fama di uomo inflessibile, osservante del mos maiorum, duro con sé stesso e con gli altri.  Nonostante la sua ancora giovane età e la sua ricchezza viveva come un saggio stoico; estremamente misurato in tutte le sue azioni, si vestiva modestamente, indossava una tunica ruvida, accontentandosi di ricoprirla con una toga modesta, in osservanza al suo rango; era un esempio di onestà e rettitudine, come provava la sua carriera politica e militare. In casa conduceva una vita semplice e spartana, si accontentava di una mensa frugale e di un rustico giaciglio. Si diceva che fosse molto affezionato alla sua prima moglie, Atilia e che ne avesse a lungo pianto la morte. La figlia Porzia, sebbene giovanissima, era già sposata; il figlio aveva seguito come il padre la carriera delle armi. Marzia era affascinata da quell’uomo rude, di una bellezza antica, virtuoso e severo, al tempo stesso, ma ne era anche un po’ intimorita.

Quella sera aspettava con ansia  e con trepidazione il suo ingresso nella

penombra delle lucerne.

Catone da un po’ di tempo aveva deciso di colmare il vuoto che sentiva nella sua grande casa prendendo moglie e creandosi un’altra famiglia. Marzia l’aveva colpito per il suo sguardo fiero, i suoi begli occhi castani e i capelli, ravviati e avvolti intorno al capo, ma modestamente e con grazia. Con lei avrebbe potuto di nuovo formarsi una famiglia e trovare conforto la sera dopo le lunghe e travagliate giornate dedicate alla politica. Specialmente da quando era stato eletto tribuno e la sua vita si era aggravata di impegni sentiva il bisogno che qualcuno si prendesse cura di lui e lo accogliesse la sera nel calore delle pareti domestiche. E Marzia, nonostante la sua giovane età, aveva proprio quell’aspetto severo, insieme, e dolce che lo aveva attratto fin dalla prima volta che l’aveva veduta. Quella sera, la prima del suo matrimonio, voleva essere gentile con lei. Si era abbigliato elegantemente con una morbida tunica bianca fasciata alla vita da una cintura di cuoio e aveva profumato il capo. Poi , entrato nella camera nuziale, si era avvicinato con dolcezza a lei e le aveva preso la mano guardandola affettuosamente negli occhi.

Marzia non aveva più dimenticato quello sguardo. L’aveva sostenuta nei momenti più difficili come quelli del parto, l’aveva confortata nelle lunghe giornate d’inverno quando lui era fuori casa per gli impegni politici. La vita accanto a Catone era stata tranquilla e serena. Vivevano semplicemente e in modo riservato. Lei durante il giorno attendeva umilmente ai lavori della tessitura e del ricamo , senza trascurare i suoi doveri di madre e di padrona di casa. La sera, lontano dal clamore della città e dalla frenesia della vita mondana, cenavano insieme con i figlioletti , consumando i pasti semplici che lei  stessa si curava  di servire sulla mensa: minestra di legumi, pane nero, carni arrostite, latte.

Così erano passati   sei       anni. La loro famiglia era un esempio per tutti e invidiata da molti. Catone non perdeva mai occasione di elogiare le virtù di Marzia e lei, da parte sua, si sentiva sostenuta dalla presenza di quell’uomo deciso e forte e confortata dall’affetto dei figli.

Una pomeriggio, attendeva al lavoro della tessitura; era lieta in cuor suo: aspettava un altro bambino e  sedeva sulla panca adagiata comodamente tra due cuscini; le due bambine giocavano a palla accudite dalla nutrice e il maschietto compitava su una tavoletta le prime parole. A un tratto vide entrare il marito più serio del solito in viso, con lo sguardo cupo, ma risoluto. “Salve, Catone, siedi vicino a noi a riposare un po’. Le bambine oggi non hanno fatto che chiedere di te. Lucio ha cominciato a leggere; lo sai? Vieni Lucio, fai vedere a tuo padre quello che hai imparato.” “Aspetta un attimo, Marzia. Vieni con me” e la condusse in un’altra stanza. Qui le rivelò le ultime novità e a lei  sembrò che il mondo le crollasse addosso.  Catone, evitando di guardarla negli occhi, le riferì che aveva stretto un accordo col suo amico Quinto Ortenzio Ortalo, l’oratore. Ortenzio gli aveva chiesto in moglie la figlia, ma Catone aveva rifiutato. Amava la figlia e non voleva turbare la gioia del suo matrimonio appena iniziato. Allora Ortenzio gli aveva chiesto la sua stessa moglie, Marzia. “E’ ancora giovane” gli aveva detto “e ti ha già dato tre bambini. Non vorrai gravare la tua famiglia ancora di altri figli. Concedi a Marzia di generare ancora per il bene dello Stato e a me di rafforzare la nostra amicizia con un legame di parentela e una comunanza di figli” . Catone non aveva potuto rifiutare, ma  adesso , nel dare la notizia alla moglie, si sentiva un groppo alla gola: “Potrai venire quando vuoi a vedere crescere i bambini e a dare disposizioni alla nutrice. Le nostre famiglie si frequenteranno e noi… potremo ancora vederci.” “ Anche tuo padre, Lucio Marcio Filippo, è d’accordo, purchè io sia presente al vostro fidanzamento.” – aggiunse quando scorse le lacrime scendere sul viso della moglie. Ma lei si riprese subito, con la forza d’animo che la contraddistingueva. Disse solo: “Non ti angustiare, Catone. Conosco il mio dovere di figlia e di sposa. Chiedo solo di vedere i miei figli ogni giorno. Quando non potrò venire io, ti raccomando di mandarmeli con la nutrice. Sono sicura che non me lo negherai.” e si voltò per non far vedere le lacrime. “Te lo prometto”, rispose lui, sentendosi vincere dalla commozione.

Marzia aveva così accettato il suo destino di moglie devota  e di figlia ubbidiente, il suo destino di donna. Come donna niente le era dovuto e qualsiasi sacrificio le era richiesto, anche la sua stessa vita. Un destino ingrato: adesso era rimasta vedova. Era stata bene con Ortensio, ma il suo cuore apparteneva ai suoi figli e tre di loro erano di Catone. Ora quale sarebbe stata la sua vita? Era sola e con due bambini.

Al funerale rivide Catone. Durante il banchetto funebre lui aveva avuto uno sguardo di pietà verso la sua antica sposa e le si era affettuosamente seduto vicino. Lei aveva avuto un sussulto. Ora, mentre riponeva la maschera di Ortensio nel tabernacolo accanto ai suoi avi pensava ancora a Catone. Non sopportava che la gente pensasse che lui l’aveva ripudiata per una colpa sua. Sapeva che non era andata così: l’affetto per l’amico l’aveva spinto a rinunciare a ciò che aveva di più caro.

Marzia si fece coraggio. Doveva farlo per sé e per i suoi figli. Nel pomeriggio , prima del pranzo prese con sé una serva e si recò da Catone. Con i capelli sciolti e percuotendosi il petto disse: “Nel nome del nostro antico amore da cui sono stati generati tre figli, concedimi i casti vincoli del primo letto. Finchè ero giovane e feconda ho eseguito i tuoi ordini. Ora torno a te con le viscere stanche, esausta dai parti. Concedimi solo che si possa scrivere sulla mia tomba: “Catonis Marcia” . Che nessuno possa dire che Marzia è stata scacciata o ceduta. Non vengo per condividere le gioie di un nuovo matrimonio , per vestire il flammeo e partecipare al corteo nuziale, vengo solo per condividere i travagli e le difficoltà del momento. So che è iniziata la guerra civile e che tu partirai per il campo. Portami con te. Sarò una degna compagna al tuo fianco”. E mentre pronunciava queste parole piangeva e si strappava i capelli, poi cadde in ginocchio ai suoi piedi.

Pianse anche Catone, commosso e l’aiutò a rialzarsi. “Alzati sposa mia e vita mia. Beati i figli che hai partorito poiché hanno una madre così nobile d’animo”. L’abbracciò e baciò più di quanto non si conveniva. Poi decise di rinnovare solo il vincolo e il giuramento, senza sfarzo e di ammettere gli dei a testimoni del rito. Marzia sarebbe restata a Roma, padrona di casa e madre di famiglia ad accudire i figli, mentre lui sarebbe andato in guerra contro Cesare.

Caterina Chiofalo