“Il giardino”, racconto di Adele Libero, seconda parte

 giardino2

 https://danielaedintorni.com/2014/10/06/il-giardino-racconto-di-adele-libero-prima-parte/

Il giorno seguente comprese che doveva assolutamente alzarsi ed uscire. Vi riuscì dopo qualche difficile tentativo e si affacciò finalmente sulla strada.

Fu raccolta da un’auto dopo poco ed accompagnata all’ospedale. Pallidissima, stanca ed ancora molto dolorante fu lasciata al pronto soccorso.

Due occhi scuri, dopo un po’, la iniziarono a fissare, facendole domande sul suo stato. Fu portata in medicheria, finalmente, ed un dottore sulla sessantina cominciò a pulirla dal terreno, a tastarle il braccio ancora distorto ed a farle domande di prassi: nome, cognome, data di nascita.

Mariella rispondeva meccanicamente, sapeva solo che il dolore aumentava ad ogni parola.

Sergio, il medico di guardia del reparto ortopedia chiamato al pronto soccorso, la guardava sempre più stralunato. Non poteva credere ai suoi occhi. Era proprio lei, Mariella, la ragazza dei suoi venti anni, conosciuta a Roma, dove lui frequentava Medicina, e con la quale aveva avuto una storia di sei, sette mesi. Poi lui aveva dovuto tornare a Sora, il suo paese, perché il padre era deceduto. Aveva completato gli studi solo anni dopo ed a Roma non era più tornato. Il legame con Mariella, inizialmente mantenuto grazie a lettere e telefonate, si era, tuttavia, allentato. Le lettere e le telefonate erano passate da due-tre la settimana a due tre al mese. Le promesse di rivedersi presto non erano state mantenute, per vari motivi e così, lentamente e dolcemente, i due si erano allontanati.

Mariella non poteva riconoscere Sergio, era tanto cambiato con l’età, i capelli erano quasi tutti caduti, era ingrassato, aveva gli occhiali. Tuttavia negli occhi di lui leggeva una curiosità eccessiva, quasi imbarazzante.

Le prime cure finirono presto e fu spedita in radiologia per controllare che non avesse fratture. Subito dopo finì in reparto e, vuoi per lo stress vuoi perché aveva dormito poco o niente, si addormentò subito.

Ma l’alba la trovò sveglia, dal letto poteva vedere uno spicchio di cielo, nuvole che danzavano veloci nel vento, il sole che si affacciava dalla collina.

Ripensava a quello che era successo. Ma non poteva rammaricarsi troppo, in fondo era stata la sola causa dell’incidente, inoltre aveva fatto male a non avvisare nessuno delle sue quotidiane visite al giardino.

Sergio comparve verso le nove, seguito da due infermieri. La visitò e le disse che l’avrebbe dimessa in giornata anche se, ovviamente, a casa avrebbe dovuto stare a riposo per alcuni giorni.

Al termine delle visite del Reparto tornò. Questa volta un leggero sorriso rallegrava la faccia. Le disse “Mariella, ma non ti ricordi proprio di me?”. Il suo cuore ebbe un sobbalzo! Sergio…ma certo era lui, il cuore glielo diceva. Sergio, il primo ed unico amore, scivolato in un indifferente silenzio anche per orgoglio ed insicurezza di sé.

Anche lei sorrise e fece di sì con la testa, incapace di parlare.

Lui disse “Quando esci, verso mezzogiorno, vieni giù al bar dell’ospedale, che parliamo”. E la lasciò.

Le ore seguenti furono un susseguirsi di ricordi: le loro passeggiate, i baci appassionati, le prime, commosse telefonate.

Mariella fu dimessa in mattinata. Chiamò subito un taxi per tornare a casa.

No, dopo tanti anni non avrebbe avuto l’umiliazione di donargli un corpo non più fresco e profumato come quello dei venti anni. Di dirgli che dopo di lui non aveva voluto più nessuno e neppure l’aveva cercato. Se il destino aveva voluto farli riunire, per dare un’ulteriore opportunità, non voleva coglierla. L’amore era quello della giovinezza, piena di forze prorompenti, di vitalità, di entusiasmo per il futuro.

Tornò al “suo” giardino. Si sedette in terra vicino ad un cespuglio di roselline selvatiche. Qualche lacrima cadde proprio sui fiori più freschi. Che piegarono lievemente il capo, quasi a comprendere il suo dolore. E per qualche minuto anche il Tempo si fermò – come capita ogni tanto –  per prender fiato e tornare a girare un po’ più tristemente.