Risposta di Loretta Junck (che mi trova totalmente concorde) a un articolo del prof. Sgroi sul sessismo nella lingua apparso su La Sicilia

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Pur non essendo una lettrice di La Sicilia, mi è capitato di imbattermi oggi nell’articolo del professor Salvatore Claudio Sgroi intitolato “Il sessismo della lingua è un equivoco teorico”, in cui l’autore contesta l’esistenza di quella che chiama “teoria sessista” del linguaggio. Questa sarebbe contenuta nell’opera della professoressa Cecilia Robustelli intitolata “Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere”, che riprende quanto che già nel 1987 sosteneva Alma Sabatini. Non concordando su alcune affermazioni presenti nell’articolo, vorrei rispondere con qualche considerazione. Ma non difendo nessuna “teoria”: la parola mi piace poco, tende a irrigidire posizioni e pensieri.
Devo dire prima di tutto che sono d’accordo con il Professore quando afferma che la lingua non è né pro né contro qualcuno, mentre può esserlo l’uso che ne fa chi parla. Tant’è vero che, ad indicare tale fenomeno, il titolo dell’articolo a mio parere non avrebbe dovuto parlare di sessismo “della” lingua, ma di sessismo “nella” lingua.
Che poi il sessismo consista solo nell’antifemminismo esplicito e volgare di chi definisce una donna come un orango o una bambola gonfiabile, è da vedere. Concordo in pieno infatti con quanto sostiene la professoressa Robustelli, poiché esiste a mio parere un sessismo molto più velato che è espresso, perlopiù inconsapevolmente, dai e dalle parlanti, e che appartiene non alla lingua in sé, ma a una cultura, quella patriarcale in cui tutti e tutte siamo immerse da secoli. Un sessismo che opera per omissione, per così dire, nascondendo il genere femminile. Il professor Sgroi sembra negarne l’esistenza, con argomenti su cui mi permetto qualche osservazione.
Giustamente il Professore ricorda che il genere grammaticale ha la funzione di garantire la coesione morfosintattica, ma non considera che l’uso del termine maschile per indicare una donna mette a rischio proprio tale coesione. Che dire di una frase come “Il ministro è incinta”? Oppure come quest’altra: “La procace avvocato napoletana”? Le abbiamo lette sui giornali. Dove va a finire in questi casi la coesione morfosintattica?
Ritenere che il genere grammaticale abbia la funzione di indicare referenti maschi o femmine sarebbe “del tutto fuorviante”. Eppure leggo sul sito della Treccani (ma qualsiasi grammatica dice la stessa cosa): “L’italiano distingue due generi grammaticali: il maschile e il femminile. Nel caso di esseri animati, il genere grammaticale corrisponde al sesso dell’uomo o dell’animale indicato”. È in base a questa caratteristica della lingua italiana che tutti e tutte noi ci siamo viste assegnare nella scuola elementare degli esercizietti in cui, dati alcuni nomi al maschile, si doveva volgerli al femminile. Quegli esercizi erano fuorvianti?
Quale la prova che tale “teoria” sarebbe fuorviante? Sarebbero vocaboli come “spia”, un termine femminile che può indicare sia un uomo che una donna, oppure come “aquila” che può essere indifferentemente maschio o femmina; ma il fatto stesso che gli oggetti inanimati siano espressi da termini maschili o femminili proverebbe che, insomma, il genere grammaticale con il sesso non c’entra mai e non c’entra per nulla.
A “spia” io avrei aggiunto anche “recluta”, “sentinella”, “guardia” che solo da poco tempo possono indicare anche soggetti femminili, ma per lungo tempo hanno evocato nell’immaginario comune persone di sesso maschile. Ma la grammatica ci dice che si tratta di eccezioni, appunto, mentre “sindaco” e “ministro” appartengono a un preciso gruppo di nomi, quelli che escono in -o al maschile e in -a al femminile. Quanto alle aquile, ma pure alle giraffe e ai grilli, sono nomi “di genere promiscuo”, dicono ancora le grammatiche, e riguardano gli animali.
Grammatiche descrittive, non normative, grammatiche che semplicemente ci dicono come la nostra lingua funziona. E indubbiamente funziona così. Che con buona pace delle spie, delle aquile e anche dei tavoli e delle tavole del Professore, “sindaco” ha il femminile, ed è “sindaca”, come “maestro” fa al femminile “maestra” e “operaio” fa “operaia”.
Stupisce poi tutta questa gran paura della “normatività” nella lingua. Sarà forse connessa con la nostra storia e con il fatto che ancora non abbiamo digerito certi interventi autoritari in campo linguistico durante il Fascismo?
Di sicuro questo dibattito sul sessismo nella lingua è cosa tutta nostrana. Sono stata recentemente a Lisbona, per partecipare a un convegno sugli studi di genere, e colleghi portoghesi mi hanno confermato che da loro questo problema non esiste. In effetti mi è capitato di fotografare, in una via centrale di Lisbona, una targa in cui una professionista lusitana si dichiara “medica”. In Italia invece un suo collega si è polemicamente fatto confezionare un’analoga targa dove c’è scritto “pediatro”.
Chissà che ne pensa il professor Sgroi. La mia impressione è che la lingua italiana qui c’entri poco…