Orfeo ed Euridice, al Teatro Altrove, recensione di Chiara Germak

Può l’amore essere più forte della morte? E’ l’ultima domanda che la sapiente regia di Cesar Brie evoca a conclusione del dramma di Orfeo ed Euridice.

Qualche lenzuolo per terra, un talamo effimero per i due giovani amanti, Giacomo e Giulia, Orfeo ed Euridice. C’è Caronte che aspetta.

Euridice e Orfeo si amano, si sposano. Orfeo la ritroverà nell’Ade, viva o non viva, non ci è dato sapere del mistero della vita.

Brie riesce a superare la questione etica sull’eutanasia, a condurre lo spettatore con una forte tensione emotiva nella poesia incarnata dalla maestria degli attori, nel sonno di Orfeo, capace di compiere il viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della morte.

I due attori si inseguono sul palco in una rincorsa incessante di domande senza risposta, in una ricerca costante di conferme sulla vita e la morte. E’ la fragilità umana, l’Inconsolabile nei Dialoghi di Leucò di Cesare Pavese.

L’unica certezza è una fotografia rimasta ad immortalare i due amanti.

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