le donne elleniche accantonate dal maschilismo del tempo, di Mara Carlesi

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Delle donne si tende a sottovalutare la tenacia.

Le si vede come esseri fragili, e invece sono caparbie, sanno sopravvivere, anche se dimenticate per millenni, nascoste nell’ ombra dagli uomini, i quali le hanno, volontariamente o innocentemente, private di essere ricordate dai posteri.

L’ arte, in tutte le sue forme ed eccezioni, è asessuata. Così come la scienza.

Così anche la filosofia, che potrebbe apparire come un campo prettamente maschile, soprattutto nel mondo ellenico.

I filosofi della polis si riunivano in simposi e scuole dove discorrere del loro pensiero, ma quello che è stato spesso omesso, è che durante questi incontri erano presenti delle donne, non come spettatrici, ma come oratrici.

Aretea, figlia di Aristippo da Cirene fondatore della scuola Cireneica, continuò gli studi paterni e li tramandò a suo figli, Aristippo che, grazie agli insegnamenti materni, sviluppò in maniera sistematica le idee della scuola.

Nelle “Vite di filosofi”, Diogene Laerzio ci narra di Ipparchia, la quale, dopo aver letto gli scritti del filosofo cinico Cratere, minacciò la proprioa famiglia di uccidersi se non le avessero permesso di sposare il pensatore.

Cratere, indotto dalla famiglia della giovane, tentò di dissuaderla dal suo proposito, prospettandole una vita di miseria e sacrifici, poichè in questo modo egli voleva vivere e al medesimo si sarebbe dovuta adeguare anche sua moglie.

Ipparchia non si lasciò spaventare dalle privazioni e lo sposò.

Diogene Laerzio riporta anche di un aneddoto, durante un simposio presso Lisimaco, Ipparchia confutò Teodoro, detto l’ Ateo, con un sofisma.

“Ciò che fa Teodoro senza essere ritenuto ingiusto, lo fa anche Ipparchia senza essere ritenuta ingiusta. Teodoro non commette errore ferendo se stesso, dunque neppure Ipparchia commette torto ferendo Teodoro.”

  [Vite di filosofi – Diogene Laerzio, 97, trad. M. Gigante]

 

Teodoro non reagisce, a parole, ma tenta di spogliarla, ed ella rimane ferma, in netto contrasto con il comportamento femminile da tenere in un simile caso.

“E quando Teodoro le disse:

  ‘Chi è che abbandonò le spose presso i telai?’

  ‘Sono io – rispose- o Teodoro. Ma credi tu che io abbia preso una cattiva decisione se il tempo che            

   avrei dovuto dedicare al telaio lo dedicai alla mia educazione?,”

 

                                      [Vite di filosofi – Diogene Laerzio, 98, trad. M. Gigante]

Di Axiothea si narra che, dopo aver letto gli scritti di Platone, indossò abiti maschili e si presentò all’ Accademia .

Platone l’ accolse tra i suoi discepoli, a questi successivamente si unì anche Lastenia, amante di Speusippo, nipote di Platone.

Nella scuola epicurea, il kepos, tra i discepoli non mancarono le donne, poichè la dottrina epicurea si basava su solidarietà ed amicizia, fondamenti asessuati.

Ci giunsero i nomi di Temistia e Leontina, la quale scrisse contro Teofrasto, successore di Aristotile.

Al contrario degli scritti filosofici, la poesia ellenica femminile è riuscita, in maniera molto contenuta, ad arrivare sino a noi.

Prima tra tutte Saffo che con la sua grandezza getta, involontariamente, un’ ombra sulle altre poetesse.

Nosside appartenenva alla nobiltà terriera delle “cento case” di Locri, città in cui le donne godeva di una posizione di particolare rilievo.

nosside

E’ significativo che la poetessa, mentre nulla dice della linea maschile della sua famiglia, parla con orgoglio di sua madre, Teofili, e di sua nonna, Cleoca.

Per il poeta Melagno, Nosside era soprattutto dedita alla poesia amorosa, stranamente, però, solo uno degli undici epigrammi, giuntigi, parla del sentimento in maniera diretta ed esplicita.

Tra le sue opere prevalgono quelle dedicatorie, epigrammi destinati ad accompagnare ritratti che le giovani locresi dedicavano alla dea Afrodite, la quale aveva un tempio in suo onore proprio a Locri.

Visto lo stretto legame tra Nosside e la comunità femminile è logico pensare che questa fosse, come Saffo a Lesbo, direttrice di un tiaso femminile e poetessa delle varie situazioni caratteristiche.

“Era augusta, che scendi di cielo e su questo Lacinio

  Che fumiga di incensi l’ occhio volgi,

  eccoti un peplo di bisso: con Nosside, nobile figlia,

  te lo tessé Teofili di Cleoca.”

 

                                                   [Trad. Di F.M. Pontini]

Questo epigramma fece postulare l’ ipotesi che a Locri vi fosse, ancora, una forte cultura di stampo matriarcale.

Anite di Tegea è a noi nota per i suoi ventuno epigrammi scritti in lingua artificiale, composta da elementi dorici e ionico-epici.

Come Leonida, ella era una professionista della poesia scrivendo su commissione.

Caratteristico della sua poesia è l’ influsso marcato dell’ idillio bucolico; la poetessa descrive scene di naturalismo tenue e malinconico, attraverso i rumori propri della natura.

Ella manifestò tutta la sua originalità, venendo spesso imitata in seguito, nell’ epitaffio per animaletti, in cui il gusto ellenistico, per scene intimi, per sentimenti privati e, in generale, per il mondo infantile, si sposa in un’ elegante sensibilità.

“A un grillo, usignolo dei campi,

  e a una cicala, ospite delle querce,

  piangendo molte lacrime infantili,

  una tomba comune fece Miro.

  Ade crudele le strappò di colpo

  I suoi cari giocattoli.”

 

                                     [Trad. S. Quasimodo]

Riguardo la poetessa Erinna abbiamo informazioni malcerte, soprattutto sulla sua vita.

erinna

Probabilmente nacque a Telo, isola dorica dell’ Egeo, di lei ci rimangono solo tre epigrammi, ma l’ opera per cui era famosa, ed ammiratissima dai poeti ellenici, è la Conocchia, di cui possediamo solo pochi versi che rievocano i giochi infantili che la poetessa condivideva con un’ amica, Bauci, morta prematuramente. Il “Lamento a Bauci” costituisce, probabilmente, il motivo di fondo della Conocchia.

“I bianchi cavalli smaniosi

  Si levavano dritti sulle zampe

  con grande strepitio; il suono della cetra

  batteva in eco sotto il portico vasto della corte.

  O Bauci infelice, io gemendo piango al ricordo.

  Queste cose della fanciullezza hanno ancora calore

  Nel mio cuore, e quelle che non furono di gioia,

  sono cenere, ormai. Le bambole stanno riverse

  sui letti nuziali; e presso il mattino

  la madre cantando più non reca

  il filo sulla rocca e i dolci cosparsi di sale.

  A te fece paura da bambina la Mormò

  che ha grandi orecchie e su quattro

  piedi s’ aggira movendo intorno lo sguardo.

  E quando, o Bauci amata, salisti sul letto dell’ uomo

  Senza memoria di quello che giovinetta ancora

  avevi udito da tua madre, Afrodite

  non fu pietosa della tua dimenticanza.

  Per questo io piangendoti non ti abbandono;

  nè i miei piedi lasciano la casa che mi accoglie,

  nè voglio più vedere la dolce luce del giorno,

  nè lamentare con le chiome sciolte; ho pudore

  del cupo colore che mi sfigura il volto.”

 

                                                      [Trad. S. Quasimodo]

Un’ altra figura femminile molto controversa, per le fonti che ce l’ hanno tramandata, è quella di Aspasia.

aspasia

Fu paragonata dai comici Cratido ed Eupoli ad Elena di Sparta, rappresentandola, quindi, come una donna che, con potenti armi di seduzione, piegò al suo volere Pericle, oratore e politico, costringendolo a dichiarare guerra a Samo.

Per Plutarco, invece, era una donna colta, consigliera non plagiatrice dell’ uomo politico, oltre che sua degna compagna.

Plutarco diffidava da chi sosteneva che Pericle avesse iniziato la guerra nel Peloponneso soggiogato dall’ influenza della donna.

Definì “malvagio e maligno” chi era portato a congetturare, senza prove concrete, il peggio.

“Come i comici, i quali dicono che la guerra fosse accesa da Pericle a causa di Aspasia o di Fidia  e non piuttosto per l’ ambizione e la rivalità di abbattere l’ orgoglio dei Peloponnesi e perchè nessuno voleva fare concessioni ai Lacedemoni.”

 [De Herodoti malignitate, 885f-856°, trad. M. Grimaldi]

Parlando di donne ingiustamente trattate, poichè del sesso sbagliato per speculazioni filosofiche o scientifiche, non si può non citare Ipazia.

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“La sua colpa: essere donna e voler conoscere. Come la mitica Eva che non vuole assaggiare il frutto della conoscenza, C’è da chiedersi allora se l’ antifemminismo non sia tipico delle fedi nell’ unico ed assoluto Dio-Maschio.”.      

                                                                                     [Margherita Hack]

Della sua vita sappiamo poco, a parte che era la figlia del matematico Teone, nacque ad Alessandria e frequento la scuola platonica ad Atene.

Però, grazie ad altri autori contemporanei a lei o successivi, abbiamo testimonianze sufficienti per dipingere una descrizione vivida dell’ intelligenza e della cultura di Ipazia.

In Historia Ecclesiastica, Socrate Scolatico ci descrive la feroce e truculenta morte della donna, linciata da una folla di cristiani, probabilmente, aizzati contro l’ astronoma dal vescovo Cirillo.

Dopo essere stata ucciso il suo corpo fu martoriato, dilaniato per poi essere arso.

Anche tutte le opere di Ipazia andarono perdute, o distrutte, ma le testimonianze, come quella di Senesio, ci permettono di sapere che ella non si limitò ad un’ esposizione del pensiero filosofico, bensì insegnò ai suoi discepoli uno stile di vita basato sulla filosofia e sulla costante ricerca della verità.

Nella “Vita di Isidoro”, Damascio ci dice che Ipazia godette di un grande prestigio all’ interno della comunità, tanto che nel caso di decisioni importanti il suo parere era sempre ascoltato.

Ipazia può essere considerata una martire laica, ma anche come la voglia di conoscenza, la crociata della fede  contro la ragione e soprattutto contro le donne che prediligono il pensiero libero alla prostrazione dei dogma religiosi.le don

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