la formula del professore, di Yoko Ogawa, recensione di Daniela Domenici

Non avevo mai sentito parlare di Yoko Ogawa, lo ammetto, e ho scoperto, leggendo la quarta di copertina, che ha scritto e pubblicato una ventina di libri ed è considerata una tra le più importanti scrittrici giapponese contemporanee, tradotta e pubblicata un po’ dovunque: sono felice di aver fatto la sua conoscenza con questo libro a cui, credo, che ne seguiranno altri.

Amo la matematica, profondamente, visceralmente, da sempre, come potevo non essere chiamata, come dal canto di una sirena, da “La formula del professore”, tradotto da Mimma De Petra e pubblicato da Il Saggiatore nella collana I Tascabili.

E’ la storia di un’amicizia straordinaria nata, imprevedibilmente, tra un professore di matematica che, per colpa di un incidente stradale, ha perso buona parte della sua memoria, della sua governante e di suo figlio. La passione per i numeri del professore è infinita, incontenibile e riesce a trasmetterla, a comunicarla, con inconsapevole naturalezza, nonostante questa disabilità (la sua memoria dura esattamente 80 minuti) a queste due persone entrate nella sua vita per accudirlo.

In pochi mesi la passione comune per lo sport del baseball, l’affetto imprevedibile e dolcissimo che nasce verso il bambino che lui ribattezza Ruto, che in giapponese vuol dire “radice quadrata” (il perché di questo nome lo scoprirete leggendo il libro…), la curiosità brillante di quest’ultimo e la semplicità dei gesti quotidiani di sua madre creano un legame, tra di loro, che dà un nuovo colore alle loro vite, un’intensità inaspettata.

“…così come nessuno sa spiegare perché le stelle siano belle, è altrettanto difficile esprimere in che cosa consista la bellezza della matematica…”

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