vivere come l’eliotropo, altrimenti detto girasole, di Loredana De Vita

Living like the Heliotrope, Also Known as “Sunflower”

Vivere come in un sogno… morire come in un videogioco… separati dalla realtà nell’atroce bellezza e dolore della vita e della morte, senza capire nulla né dell’una né dell’altra.
Qual è la realtà?
Un tempo fatto di contrasti contrastanti persino tra loro; un tempo fatto da voci che blaterano e accusano persino se stesse, ma senza avvedersene; un tempo fatto di silenzio privo di ascolto; un tempo, infine, senza tempo perché il qui e ora si propaga in eterno senza prospettiva né memoria.
Come l’eliotropo, altrimenti detto “girasole”.
Mostriamo la nostra faccia sempre rivolta verso il sole, sempre più in alto per ricevere splendore nascondendo le foglie marcescenti della follia che dilaga ai nostri stessi piedi e che non calpestiamo ma alimentiamo, poiché di essa nutriamo la corolla splendida che fa capolino e invidia il sole rubandone il calore senza ricambiare la vita.
Di vita ci nutriamo solo per un godimento segreto e oscuro che vive e muore solo per noi mentre il nettare della vita di chi ci circonda va sprecato nel tormentato calpestio delle foglie putrescenti e delle radici che non vedono mai la luce.
E’ così che si perde, si china il capo al calar della sera, umiliati e stanchi per la tensione verso un cielo che non ci vuole.
Come l’eliotropo, altrimenti detto girasole.
Guerre oscure, combattute da una parte e dall’altra oscurano la luce e offendono le ombre.
Guerre scandite da colpi di mortaio, di bandiere sventolate in nome di uno stato che non esiste, ma che svolge bene la sua funzione di terrore alimentandosi della paura di chi lo rende reale e forte e ne amplifica il potere disperdendo i valori profondi sui quali, un tempo, una democrazia fu fondata.
In tanti persero la vita per quei valori in cui non crediamo più; per questo è più facile cedere al tormento facendo il gioco di chi possa trarre profitto dalla nostra insicurezza che è già una sconfitta.
Guerre segnate dai soprusi e dalle violenze. Guerre interne, queste, nascoste nel turbinio di eventi esterni che ci sovrastano facendo apparire l’esterno più pericoloso dell’interno mentre è dall’interno che si mina il presente e si scavano varchi affinché ciò che è fuori possa varcare la soglia e padroneggiare.
Guerre segnate ancora dalla differenza tra “chi sono io” e “chi sei tu”; guerre in cui, nel nostro immaginario, l’altro è sempre il nemico, mentre il seme del male e del disfacimento giace nella perdita di un senso e di una coscienza collettiva che coinvolga senza escludere e che segni il passo di un nuovo tempo in cui l’altro è già accanto a noi e non per defraudarci ma per condividere il senso del suo vissuto.
Guerre che lordano la libertà e la fiducia di chi si affida alla promessa di bene per tutti, di pensiero libero, diverso dal libero pensiero, e che decimano e minacciano dall’interno proprio quei cittadini fiduciosi che cercano solo di essere guidati al bene come valore e non come sentimentalismo inutile e sprecato.
Guerre che si macchiano di vittime e carnefici, di suicidi e assassini, di stupri e violazioni, di morte che insegue la morte al punto che si possa dubitare che esista ancora la vita e che essa sia misericordiosa.
Dovremmo ricordare, invece, che la presenza dell’altro ci richiama al senso stesso dell’esistenza, alla matrice comune di una vita che non può sciogliersi nella distanza e nella separazione, ma chiede di essere misericordiosi gli uni verso gli altri e verso la terra che ci ospita perché tutti siamo parte e solo “una” parte.
Aprire le porte, per sottolineare che l’altrove esiste e che non è diverso dal qui e ora, condividendo lo stesso tempo, lo stesso senso, le stesse esigenze, gli stessi dolori, lo stesso desiderio di apparire o essere, le stesse scelte difficili, lo stesso coraggio o la paura di essere soli.
Scoprire, infine, che non si può vivere come un eliotropo, altrimenti detto “girasole”, ma che da qualche parte bisogna pur ricominciare!
Ci si aspetta che sia sempre da un’altra parte, ma quel momento, quello spazio, quella direzione non può che essere qui e ora.
Vivere di onestà, dedizione alle persone e alle situazioni è essere presenti al proprio tempo, testimoniarne la lucidità e la follia, essere parte di una rivoluzione possibile.
Sospeso a un lieve filo c’è chi spera in una vita migliore; chi sa di rischiare di poter perdere anche quel suo ultimo respiro, ma non si ferma perché il pensiero di poter avere un respiro più ampio fa battere il cuore in un altrove lontano per quanto vicino, in uno spazio nuovo per quanto già noto, in un tempo impreciso per quanto già scritto.
Così, si varca il confine sospesi a quel filo, il passo è lento e stanco; il cuore sa di essere partito, ma non sa se e quando arriverà.
Partire è la vita… ci vuole coraggio a partire sapendo di poter non arrivare, ma quel viaggio è già la meta, la conquista di una libertà altrimenti vietata, la possibilità di una vita che non si spenga senza provare a essere vissuta.
Ci vuole coraggio a partire, ci vuole coraggio a morire, ci vuole coraggio a vivere.
Se sei sospeso a un filo, cosa fai? Resti immobile aspettando la spinta che ti butti giù? O prosegui, passo dopo passo perché sperare di arrivare è già una vittoria?
Il senso del viaggio è il cammino, nulla più sarà mai come prima… nella vita come nella morte, nel silenzio come nel racconto, nel sorriso come nel pianto, in un grido di gioia come nel canto dell’addio… ma mai come un eliotropo, solitario pur nella folla di simili che lo circonda e sui quali prova a ergersi.
Non più eliotropo, altrimenti detto girasole, ma uomo, altrimenti detto “persona”.