La sedia del custode, di Bahaa Trabelsi, traduzione di Tiziana Prina, edizioni Le Assassine, recensione di Daniela Domenici

“…Mia madre si è presa cura di me. Mia madre, quella ribelle. Mia madre che mi ha insegnato la cultura, la diversità, i diritti umani e le libertà. Mia madre che ho finto di non stare sempre ad ascoltare, ma che, lo comprendo oggi, è stata una scuola per me. La scandalosa. Assassinata da un fondamentalista islamico. Mia madre ha fatto parte di quella generazione che è stata militante e si è battuta per le libertà individuali. Ma lei rientrava anche in quella categoria che, in nome di quelle stesse libertà, ha chiuso gli occhi di fronte alla crescita del wahhabismo. Mia madre ha creduto nella libertà della donna di portare il velo. Non ha voluto ammettere che velo e libertà sono antitetiche…Mamma cara, ti prometto di non arrendermi. Ti prometto di mostrare e di onorare le libertà che tu mi hai inculcato. Ti prometto che farò in modo che tu non sia morta invano”: con queste parole si conclude “La sedia del custode”, un giallo ambientato in Marocco, terra d’origine dell’autrice Bahaa Trabelsi, che vive in Francia, splendidamente tradotto dal francese da Tiziana Prina. Le pronuncia Dina, la figlia della protagonista, Rita, una giornalista sempre in prima linea che ha scelto di rimanere a vivere a Casablanca e di lasciarla libera di scegliere il suo futuro di studi in Francia.

È un giallo molto crudo nei dettagli e purtroppo vero, scritto da una persona che conosce e ama appassionatamente la sua terra con i suoi usi e le sue credenze religiose portate al parossismo da un uomo, un fondamentalista islamico, colui che firma tutti gli omicidi e che rimarrà, fino alla fine, senza un nome.

La scrittrice sceglie il perfetto escamotage narrativo di far parlare i/le vari/e protagonisti/e dedicando loro un capitolo alla volta così da farci vedere la scena nel suo divenire, dalle indagini fino alla conclusione, dal proprio punto di vista; e quindi si alternano a parlare la giornalista Rita, la figlia Dina, il poliziotto Abid, l’assassino, l’ispettore l’Haj e Jamila, una ragazza.

È stata una dolorosa full immersion in un mondo, quello del fondamentalismo, che sarebbe giusto conoscere meglio perché, purtroppo, ci circonda senza che ne siamo consapevoli e ringrazio quindi Bahaa Trabelsi per averlo scritto e Tiziana Prina per averlo tradotto.