Circe, di Madeline Miller, traduzione di Marinella Magrì, recensione di Daniela Domenici

Magicamente meraviglioso, uno dei libri più splendidi che abbia letto nella mia lunga carriera di bibliofila e bibliorecensora questo di Madeline Miller, perfettamente tradotto da Marinella Magrì. Nonostante la mole alquanto ragguardevole le sue quattrocento pagine sono volate in un soffio facendomi emozionare e commuovere.

È semplicemente straordinaria la bravura dell’autrice nel rivisitare il mito di Circe “trasformando la figura femminile più famigerata dell’Odissea in un’eroina a pieno titolo” come scrive il New York Times; e ancora “Madeline Miller…insegue la sua musa in un’appassionata ricerca di indipendenza interiore, insieme evocativa e attuale” da Entertainment Weekly.

“Circe” è questo e tanto altro ancora, una figlia non amata e continuamente “bullizzata” dal padre Elios, dalla madre e da fratelli e sorelle, poi esiliata su un’isola dove riesce a sopravvivere in condizioni avverse, una donna che incontra l’amore e lo perde, che rimane colpita dall’incontro con Prometeo, con Dedalo, una madre alle prese con un figlio, Telegono, difficile da gestire, infine una maga che deve contrastare dei e dee come Atena o Ermes e che alla fine, ma non vi svelerò l’arcano, troverà un po’ di pace e appagamento ma lontana dall’isola di Eea dove ha lasciato un’altra donna al posto suo.

Concludo estrapolando un paragrafo dalla postfazione di Maria Grazia Ciani “Siamo lontani dalle interpretazioni diffamatorie (Circe seduttrice e prostituta), dalle elucubrazioni allegoriche, dall’implacabile e feroce dea di Virgilio, dal ritratto in nero di Ovidio e in generale dalla diffidenza che la figlia del Sole ha sempre suscitato nel corso dei secoli. Miller attribuisce a Circe esperienze diverse che ne plasmano la personalità, in un’oscillazione costante tra divino e umano”: grazie di vero cuore a Miller per averci regalato questa Circe.