accadde…oggi: nel 1991 muore Carina Massone Negrone, di Simone Parma

Carina Massone Negrone: la donna che conquistò il cielo. La storia dell’aviatrice di Bogliasco che sfidò il mondo (maschilista) del fascismo (corfole.it)

Prima si dedicò al nuoto, allo sci, al tennis, alla pesca sportiva, al ciclismo e all’alpinismo e considerando che erano gli anni ‘30 poteva già essere abbastanza per essere considerata una donna all’avanguardia, visto che le donne dovevano essere relegate al ruolo di madre, casalinga “piacevole distrazione” e “spalla del marito”. Una mentalità stretta, come la Liguria, chiusa tra mare e monti. E anche se i paesaggi sono magnifici capita di sentirsi soffocare. Forse fu proprio quella la sensazione che ispirò Carina Massone Negrone ad appassionarsi al volo e agli aeroplani. Così, non paga delle sue esperienze, a 22 anni conseguì il brevetto di volo. Ma a Genova nel 1933 non esistevano né aeroporti, né piste di atterraggio e la sua prova di abilitazione partì direttamente “dallo specchio acque sotto la Lanterna”! Da quel giorno Carina iniziò a sfidare se stessa e il cielo conquistando diversi primati mondiali di altezza e di distanza.
Per capire meglio l’audacia di questa donna dovete pensare che a quell’epoca, oltre alla quasi totale assenza di piste, radar e torri di controllo, gli aeroplani erano di legno. Solo legno ricoperto da stoffa, un posto a sedere, busto esposto all’aria e al freddo (a più di 5.000 metri la temperatura arriva anche a – 64!) e testa protetta soltanto da un elmetto di cuoio. Ma erano aspetti che già conosceva visto che già aveva all’attivo un record di volo, ottenuto raggiungendo la quota di oltre 5000 metri a bordo di un velivolo anfibio.

Con queste premesse, nel 1935, Carina, decise di sfidare un’aviatrice francese che deteneva il record di altezza, con quota 11.289 metri. Per prepararsi all’impresa si sottopose a mesi di pesante allenamento, lo stesso praticato dai suoi colleghi maschi. L’aeroplano che dovrà pilotare è il biplano Caproni Ca.113, modificato con un motore più potente col quale l’anno precedente un altro famoso recordman dell’aviazione italiana, Renato Donati, aveva conquistato il record di altezza superando i 14.000 metri. Per la cronaca, subito dopo l’atterraggio Donati svenne. Forse anche per questo i medici consigliarono a Carina di non superare l’altezza di 11.000 metri, rinunciando al record qualora avesse avvertito difficoltà respiratorie. Carina effettua un perfetto decollo, sale in quota, la temperatura scende fino a -35° e l’ossigeno diminuisce sensibilmente… comincia ad avvertire un certo stordimento, ma lei continua imperterrita a salire, finché sente di aver raggiunto il suo limite; allora livella il velivolo e inizia la discesa, fino al perfetto atterraggio.

I dati di volo confermano che Carina ha toccato quota 12.043 metri, 754 metri in più del record precedente, segnando un record ancora imbattuto per la categoria degli aeroplani ad elica. Il successo le viene riconosciuto con una medaglia d’oro al valore sportivo, ma soprattutto la colloca nella storia italiana del volo. Le voci dell’impresa arrivarono sino ad Italo Balbo, esponente di vertice dell’aviazione fascista, che, in barba alla visione maschilista di quel periodo, celebrò pubblicamente Carina, con tanto di foto ricordo e dedica. La definì addirittura “signora dei cieli”, una vera rarità per quell’epoca.