accadde…oggi: nel 1752 nasce Eleonora Pimentel Fonseca, di Martina Tommasi

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Eleonora Fonseca de Pimentel nacque a Roma il 13 gennaio del 1752 da una ricca e nobile famiglia portoghese. Suo padre si chiamava Clemente Henriquez e la madre Caterina Lopez de Leon. Intorno al 1750, Clemente si era trasferito nella capitale pontificia con la famiglia del fratello, al cui seguito c’erano anche Caterina – che avrebbe sposato in seguito – e il cognato, l’abate Antonio Lopez, che divenne poi istitutore di Eleonora.

Nel 1760 i Lopez e i Fonseca si trasferirono a Napoli a causa dei forti attriti legati all’espulsione dei gesuiti dal Portogallo ad opera della Curia romana. All’epoca la città partenopea ospitava un’élite colta e raffinata, di cui facevano parte intellettuali (anche stranieri) aperti fra l’altro all’educazione femminile. E fu in questo ambiente illuminato che Eleonora Fonseca fece il suo debutto. A sedici anni frequentava i salotti culturali brillando per la sua perspicacia. Declamava i suoi versi in pubblico e dava alle stampe Il tempo e la gloria, epitalamio composto in occasione delle nozze fra Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo. Il libello venne firmato con lo pseudonimo di Epolnifenora Olcesamante, che usava nell’ambito dell’Accademia dei Filaleti cui era entrata a far parte. Successivamente, col nome di Altidora Esperetusa divenne parte attiva anche della prestigiosa Accademia dell’Arcadia, che si prefiggeva di creare una produzione letteraria ispirata agli ideali di classicità e razionalismo, in opposizione all’imperante gusto barocco dell’epoca.

Mentre continuava a studiare incessantemente il greco, il latino, la matematica e le scienze, intratteneva fitti scambi epistolari con l’intelligenzia europea, in particolare con Metastasio, che ammirava enormemente, con Voltaire e con il naturalista e geologo padovano Alberto Fortis. Nel frattempo, scriveva versi in occasione di morti, nascite e matrimoni destinati ai protagonisti del bel mondo. Fra questi, ricordiamo La nascita di Orfeo, dedicata a Carlo Francesco di Borbone, figlio dei regnanti. In questo componimento, auspicava che il delfino avrebbe un giorno riscattato la società dagli abusi e le ingiustizie del tempo portando a compimento l’azione riformatrice già intrapresa dai genitori, Ferdinando e Carolina. In particolare fra le due donne s’era instaurato uno stretto legame, che aveva trovato compimento nell’incarico che la regina aveva conferito a Fonseca, nominandola sua bibliotecaria. Forse a determinare la loro reciproca simpatia era il fatto che entrambe si erano affermate nei rispettivi campi, politico uno e intellettuale l’altro, tradizionalmente dominati dagli uomini. Inoltre la regina per un certo tempo aveva sostenuto apertamente gli studi illuministi.

Dopo un fidanzamento fallito col cugino Michele, Eleonora venne data in sposa nel 1778 ad un esponente della piccola aristocrazia napoletana: il tenente Pasquale Tria de Solis. La coppia era davvero male assortita: lei elegante e assetata di sapere, lui gretto e retrivo, di famiglia filopapale e apertamente ostile alla cultura. E quel che è peggio, violento e geloso. Tria le rese la vita impossibile con scenate ed umiliazioni fisiche, economiche e psicologiche. Dopo aver perso il primo figlio a soli otto mesi di vita, due successive gravidanze furono interrotte a causa delle violenze perpetrate dal marito, che tentò addirittura di ucciderla spingendola da un balcone. La situazione era talmente grave da indurre il padre di lei, Clemente, ad intraprendere nel 1784 una causa per il divorzio. «Veniva a me impedito il libero sfogo con chiunque, spiato ogni mio passo o letto e intercettato qualunque mio scritto o biglietto» denunciava Fonseca in sede di processo. A sorpresa, l’anno successivo Tria si ritirò dalla causa rinunciando ad ogni azione legale nei confronti dell’ormai ex moglie. Ma le traversie di Fornseca non erano ancora finite: proprio in quel periodo morì il padre e lei si trovò in gravi difficoltà economiche, tanto da dover chiedere un sussidio mensile allo stato. Furono anni di studio sempre più intenso e frenetico, in cui maturò un allontanamento dalla sua protettrice, Carolina, di cui s’ignorano le cause specifiche ma che probabilmente fu condizionato dai venti politici internazionali.

La Rivoluzione francese del 1789 aveva creato forte allarme nelle corti d’Europa, dove i sovrani temevano l’estendersi di moti anche in altri Paesi. La situazione precipitò nel 1793, dopo la morte per decapitazione della regina di Francia, Maria Antonietta. Questa era infatti sorella di Carolina, che si allontanò sempre più degli intellettuali illuministi. La corte stessa si era chiusa in sé stessa, fino all’introduzione del reato d’opinione e alla persecuzione dei giacobini, che vennero condannati a morte.

Nel 1797 Fonseca si vide sospendere il sussidio reale di cui viveva, e l’anno successivo venne arrestata con l’accusa di leggere libri messi all’indice e di ospitare riunioni sediziose nei propri appartamenti. Venne dunque tradotta nel carcere di Vicaria nell’ottobre del 1798. Alla fine di dicembre le truppe francesi entrarono a Napoli mettendo in fuga la famiglia reale. Nella confusione del momento, il movimento popolare dei Lazzari prese d’assalto le carceri liberando detenuti comuni e politici, fra cui anche Fonseca, la quale si unì al comitato patriottico il cui intento era quello d’istituire una repubblica democratica. Con altri patrioti prese parte alla conquista della roccaforte di Castel Sant’Elmo, sul Vomero, che il 22 gennaio 1799 portò alla proclamazione della repubblica napoletana. L’esperienza durò alcuni mesi, durante i quali Fonseca prese le redini del Monitore napoletano, giornale e organo di stampa del governo rivoluzionario. In poco tempo divenne direttrice nonché autrice della maggior parte degli articoli. Fonseca credeva fermamente nella necessità di educare il popolo attraverso la divulgazione. Fra le sue idee, la propaganda in dialetto napoletano, l’edizione di una gazzetta in vernacolo, spettacoli di burattini e cantastorie nelle piazze con intento edificatore, in modo da arrivare anche al popolo più ignorante. Ma questi progetti non erano destinati a realizzarsi.

Il 13 giugno del 1799 l’esercito di Ferdinando IV, detto esercito della Santa Fede, ebbe la meglio sugli insorti che furono costretti a scappare imbarcandosi alla volta di Tolone. Ripreso il potere, il 30 giugno il re decretò la giunta di stato. Fonseca piuttosto che affrontare un processo optò per l’esilio. Ma proprio mentre la nave su cui era imbarcata stava per salpare, venne arrestata insieme ad una decina di patrioti. Condannata a morte, chiese di venire decapitata, una fine più impressionante dell’impiccagione ma meno dolorosa. La sua richiesta venne però rifiutata. Il 20 agosto del 1799 salì sul patibolo con altre sette prigionieri. Lei venne giustiziata per ultima mentre il popolo per cui aveva lottato e che aveva cercato di emancipare festeggiava irrazionalmente la sua morte.