Il cuore pieno, lo spazio dentro

sollicciano da francocorleone.

Le parole che seguono sono tratte dal terzo capitolo del libro “Dentro le storie – testimonianze di vita dal carcere di Sollicciano” edito da Edizioni Comunità delle Piagge.

“…l’affettività concepita in carcere è qualcosa che supera  anche la virtualità. Nel carcere anche le differenze sono ammissibili e non devono sorprendere nessuno.

E’ l’unico posto di punizione scelto dove mettere di tutto, tante classi sociali assieme, quindi qua funziona tutto per adattabilità, si impara a recitare e si cerca di godere di pochi spazi di privacy, se esistono.

L’affettività è una cosa difficile da esprimere , anche in quei miseri quarantacinque minuti che vengono offerti per il colloquio, è come dividere anche con i compagni di detenzione e le guardie e i parenti tuoi e degli altri, qualcosa che dovrebbe essere soltanto tra te e chi hai scelto, per esprimergli ciò. In carcere è pressoché impossibile essere se stessi, nonostante tutti quei test psicologici,      quei team di specialisti. Il sesso, in se stesso, è una condizione che fa parte della nostra natura…

…per chi si trova in carcere, per definizione luogo di non emozioni e di emozioni distorte, l’amore è ferito, cancellato, perduto, negato, misterioso, sognato.  Significa separazione, assenza, abbandono; fonte di dolore, contraddizione, tensione; ma può anche rappresentare l’unica dimensione che ti permette di continuare a sperare e a vivere.

Il carcere è un momento di vertigine. Tutto si proietta lontano: le persone, i volti, le aspirazioni, le abitudini, i sentimenti che primi rappresentano la vita, schizzano all’improvviso da un passato che appare subito remoto, lontanissimo, quasi estraneo.”