María Luisa Cáceres Díaz de Arismendi, prima donna sulle banconote venezuelane, da me tradotto e rielaborato

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María Luisa Cáceres Díaz de Arismendi, nata nel 1799 e morta nel 1866, è stata un’eroina della guerra d’indipendenza venezuelana.

Luisa nacque a Caracas da genitori creoli benestanti. Dalla parte del padre era di discendenza delle Canarie. Suo padre era un intellettuale, uno storico e un professore di latino dal quale imparò a leggere e a scrivere; sviluppò l’amore per la sua nazione.

Mentre Luisa era una giovane ragazza intenta agli studi la Spagna fu conquistata da Napoleone che mise suo fratello Giuseppe come suo re. Le persone non solo in Spagna ma nelle sue colonie erano infuriate ed esplose una guerra per l’indipendenza dalla Spagna.

In Venezuela i colonialisti spagnoli la videro come un’opportunità per rompere con la Spagna mentre era debole e ottenere l’indipendenza e così avvennero molte rivolte che erano guidate dal maresciallo venezuelano Francisco de Miranda che era stato coinvolto nella rivoluzione francese e nell guerra rivoluzionaria americana.

Il Venezuela dichiarò la sua indipendenza dalla Spagna nel luglio 1811; questo innescò la guerra per l’indipendenza. Nel 1812 un enorme terremoto colpì Caracas dove viveva Luisa con la sua famiglia distruggendo completamente la città. A causa di questo terremoto e di una ribellione dei Llaneros e Canarians venezuelani la prima repubblica del Venezuela fu rovesciata. Una seconda repubblica fu proclamata nell’agosto 1813 ma durò soltanto pochi mesi prima di fallire anch’essa.

La vigilia di Natale 1813 Luisa incontrò il generale Juan Bautista Arismendi che fu colpito dalla sua intelligenza. Nel marzo 1814 le truppe realiste di Francisco Rosete attaccarono Ocumare, uccidendo il padre di Luisa che era lì in visita all’amico, il comandante Juan José Toro. Arismendi organizzò una spedizione a Ocumare per liberare i patrioti imprigionati; il fratello di Luisa, Félix, si unì alle forze rivoluzionarie ma venne catturato e pochi giorni dopo e ucciso. José Tomás Boves costrinse le truppe patriottiche ad abbandonare Caracas. La ritirata, nota in Venezuela come “la migrazione verso est”, era guidata da Simon Bolivar e da José Félix Ribas. La famiglia di Luisa decise di emigrare nell’Isla Margarita dove Arismendi offriva asilo. Durante il viaggio quattro delle zie morirono e sopravvissero solo Luisa, sua madre e il suo fratello più giovane.

A Margarita Arismendi sistemò la famiglia Caceres assistendola nelle varie necessità. Sposò Luisa nel dicembre 1814 a La Asuncion quando lui aveva trentanove anni e lei soltanto quindici. Nel 1815 Juan fu nominato governatore provvisorio di Margarita. A settembre gli Spagnoli ordinarono l’arresto di Juan che cercò rifugio sulle montagne di Copey. Luisa, che era incinta, fu catturata dagli Spagnoli per fare pressione su suo marito. Fu tenuta in arresto nella residenza della famiglia Amnés ma fu in seguito trasferita in una prigione nella fortezza di Santa Rosa dove iniziò a essere molestata e abusata dai soldati spagnoli. Fu tenuta sotto stretta sorveglianza, le veniva dato poco cibo e iniziò a sperimentare la malnutrizione. Trascorse molti giorni e notti senza fare alcun movimento per non richiamare l’attenzione del suo carceriere. Comunque il cappellano iniziò a preoccuparsi per lei e le portò cibo migliore e fece mettere un po’ di luce nella sua cella. Il 26 gennaio 1816 Luisa dette alla luce una bambina ch però morì poco dopo la nascita.

Il governatore dell’isola Joaquín Urreiztieta non ottenne niente da lei e da suo marito e alla fine fu trasferita alla fortezza Pampatar, dopo a La Guaira e infine fu mandata in Spagna nel 1816 dove fu ancora vittima di torture per farle abbandonare i suoi ideali repubblicani. Per tutto il tempo della sua detenzione Luisa non poté comunicare né con la famiglia né con gli amici.

Dopo altri ritorni e alterne vicende Luisa fu mandata di nuovo in Spagna, arrivò a Cadiz nel gennaio 1817, fu presentata al capitano generale dell’Andalusia che protestò contro la decisione arbitraria delle autorità spagnole nelle Americhe e dette a Luisa la categoria di “confinata”. Le fu data una pensione di 10 reales al giorno e fu messa sotto la protezione del dottor Moròn e sua moglie.

Durante il periodo a Cadice Luisa si rifiutò di firmare un documento che affermava la sua lealtà al re di Spagna e che negava la sua affiliazione come patriota del Venezuela; non abbandonò mai i suoi ideali indipendentisti.

Nel marzo 1818 il tenente Francisco Carabaña e un inglese, Mr. Tottem, offrirono a Luisa di tornare nelle Americhe. Luisa promise che suo marito avrebbe pagato tutte le spese, salutò la famiglia Moròn e s’imbarcò verso gli Stati Uniti su una fregata.

Nel maggio 1818 Luisa arrivò a Philadelphia; là incontrò la famiglia del generale patriota Lino Clemente che le fornì ospitalità e amicizia come aveva fatto la famiglia Moròn in Spagna. Il colonnello Luis Rieux, mandato da suo marito, andò a Philadelphia per traferirla a Margarita dove arrivarono nel luglio 1818. Nel settembre 1819 il Consiglio delle Indie discuteva una risoluzione con la quale a Luisa veniva garantita assoluta libertà di scegliere la sua residenza.

Ebbe undici figli e continuò a sostenere le idee di libertà e sovranità del popolo delle Americhe. Visse a Caracas fino alla sua morte nel 1866.

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