Fino a quando la mia stella brillerà, di Liliana Segre con Daniela Palumbo, recensione di Daniela Domenici

Silenziosa commozione e infinita gratitudine a Liliana Segre, senatrice a vita, per aver trovato il coraggio, nel 1990, 45 anni dopo essere sopravvissuta ad Auschwitz, di iniziare a raccontare, a fare testimonianza dell’Olocausto vissuto sulla sua pelle, soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, perché non si perda la memoria di quegli orrori.

Per fare questo ha raccontato quei due anni che hanno cambiato la sua vita a Daniela Palumbo, giornalista e scrittrice, che l’ha trasformata in un romanzo perché “più i giovani avranno ascoltato una testimonianza dalla viva voce di chi l’ha vissuta, più potranno contrastare le tesi di chi racconta che la Shoah non è mai esistita…come facevo a dimenticare se avevo sul corpo quei numeri eterni a ricordarmi che c’era stato qualcuno che mi aveva marchiato a fuoco con dei numeri perché non pensava che io fossi un essere umano ma uno scarto?…”.

Liliana ha solo tredici anni quando viene portata ad Auschwitz col suo amatissimo papà che non rivedrà più e uno dei modi che inventa per sopravvivere psicologicamente lo descrive così “nel lager vivevo minuto per minuto. Un conto era il mio corpo-una gamba davanti all’altra a testa bassa-e un conto era il mio cervello che cercava di non essere lì…a un certo punto la mia mente cominciò a rifiutare di partecipare alle cose terribili che succedevano nel campofiltravo le cose che potevo ricordare e scartavo quelle che non avrei avuto la forza di sopportare. Non lo facevo consapevolmente, era un modo per sopravvivere. Usavo tutte le mie forze per restare lontana dal lager, almeno con la mente. Se sono sopravvissuta è anche per l’intensità con la quale esercitavo questa volontà”.

Struggentemente dolci, pieni di colorati ricordi, i capitoli iniziali in cui Liliana Segre racconta il suo “prima”, gli anni vissuti a Milano con suo padre Alberto, rimasto vedovo giovanissimo, e con i nonni prima delle leggi razziali del 1938, prima che il suo mondo cambiasse all’improvviso perché l’essere ebrea la condanna subito all’esclusione dalla scuola elementare che frequenta, poi alla fuga e infine il 30 gennaio 1944 la deportazione dal binario 21 della stazione centrale di Milano. E lei sarà l’unica bambina di quel treno a tornare indietro.

Grazie, Liliana, dal profondo del cuore; il mio sogno è di potere, un giorno, ringraziarla de visu e invitarla nella scuola in cui insegno per continuare a seminare i semi della memoria affinchè più nessuno/a dica che la Shoah non è esistita.