Daniela Brogi: «Alla maturità neanche una donna. È una rimozione: la storia non è fatta solo dagli uomini», di Roberto Ciccarelli

https://ilmanifesto.it/daniela-brogi-alla-maturita-neanche-una-donna-e-una-rimozione-la-storia-non-e-fatta-solo-dagli-uomini/?fbclid=IwAR3F1-0hG2n1O5z36dgwh2eaR64fA04HPY84W6hon97eT1ORocmcDMSkBzA

Senza donne, ma il problema non sono le tracce

Deve esserci un errore: mi pare che tra le tracce degli esami di maturità di quest’anno non sia citata nemmeno un’autrice. Mi confondo, vero?».

Ungaretti, Sciascia, Montanari, Dalla Chiesa, Stajano, Bartali, Fernbach e Sloman. No, non si confonde.
È curioso, no? Nessuno parla di una selezione «tutta al maschile», come si farebbe nell’eventualità di una scelta composta unicamente da donne.

Parliamone. Daniela Brogi, critica letteraria e cinematografica, docente all’università per stranieri di Siena, qual è secondo lei il significato di questa selezione tutta maschile?
È l’effetto di una rimozione storica, ed è un atto molto grave anche rispetto alle professoresse e alla classe insegnante sempre così poco considerata in Italia.

Sta dicendo che è un atto politico?
Anche, sì. Pensiamoci: che la scuola sia stata sempre così poco «curata» dipende anche dal fatto che l’hanno fatta anzitutto le «famigerate» professoresse, in un mondo che ha per lo più svilito la donna adulta e lavoratrice. In un contesto così patriarcale come è stata storicamente l’Italia, il fatto che a scuola lavorassero soprattutto le donne, perché l’insegnamento era il mestiere ritenuto capace di conciliarsi con le faccende di casa, ha sfavorito la scuola, in senso economico, culturale, politico. Perché i professori della scuola italiani guadagnano la metà di tanti loro colleghi europei? Lo stipendio è il vettore simbolico del prestigio. Si guadagna poco, in Italia, perché la professione scolastica è poco prestigiosa, così come, da sempre – purtroppo non possiamo ancora dire «un tempo»– il lavoro culturale delle donne è reputato meno rilevante.

Il ministro dell’Istruzione Bussetti ha detto che non lo potranno «accusare di non essere aperto e democratico» per la scelta degli autori e dei temi…
Non si tratta di ragionare sui singoli autori. Chi lavora con la cultura non può occuparsi solo di individui, ma di modelli da offrire a persone giovani che si formano e maturano identificandosi in forme simboliche e narrative del mondo. Quali sono questi modelli? Molte colleghe che insegnano a scuola mi hanno raccontato ieri che nelle commissioni erano tutte donne, dentro aule piene di studentesse. Tutte prof che hanno dovuto far scrivere di testi in cui, ancora una volta, il mondo era spiegato solo dagli uomini. Ma ci pare serio?

Mi perdoni, il suo è un ragionamento sulle «quote rosa»?
Oltre ad avere un problema di rappresentanza abbiamo un problema di mancanza di lessico, come rivela un’espressione ridicola come «quote rosa», adatta forse a un album infantile da colorare. Chiamiamole, come fanno all’estero, «pari opportunità». Usiamo nuove parole per pensare più democraticamente.

E se parlassimo anche di differenze?
Ha ragione. Il confronto con l’alterità è sempre una risorsa. Ieri ho fatto gli esami a studenti che di loro iniziativa, commentando il film di Kubrick «Orizzonti di gloria», riflettevano su quanto il modello unico di maschilità tutto schiacciato sulla virilità aggressiva e proto-fascista sia soffocante anche e innanzitutto per i maschi. Nessuna e nessuno può distogliere lo sguardo dal mancato riconoscimento delle differenze.

Perché?
Viviamo in un momento politico di silenziamento continuo di tutto ciò che è «altro». Queste rimozioni sono tanto più preoccupanti quando avvengono dentro la scuola. Cosa devono imparare le ragazze e i ragazzi se non si confrontano con un discorso autorevole proveniente anche da autrici? La questione del femminismo, intesa come attenzione al riconoscimento di uguali diritti e uguali spazi di rappresentanza, è una questione politica sostanziale che riguarda tutte e tutti. Aspettarsi che protestino solo le donne può essere una forma silenziosa di violenza.

Che tipo di violenza è?
Simbolica. Non riconosce spazio, voce e serietà ai soggetti, e nemmeno alla gioventù. Rischiamo di formare ragazzi incapaci di pensare e sostenere il confronto. I giovani sono belli, sono vivi, coraggiosi, pieni di risorse, e spesso non sono né razzisti né maschilisti. Questo semmai è il problema di tanti adulti.

Annunci