Michela Murgia, vita di una scrittrice, intellettuale e attivista | Vogue Italia
«La morte non le pare un’ingiustizia?». «No», aveva risposto Michela Murgia alla domanda del giornalista del Corriere della Sera a cui aveva rivelato per la prima volta di soffrire di una malattia terminale. «Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi», aveva detto giusto lo scorso marzo. Michela Murgia, scrittrice, intellettuale e attivista, è morta a Roma il 10 agosto circondata dalla sua queer family, un concetto che ha trascorso tutta la sua vita a validare. In questi casi i giornali direbbero “in una lotta contro il cancro”, mentre lei, come anche le autrici Susan Sontag e Oriana Fallaci, sosteneva di non volerla definire una guerra : «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; ma non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente». Scopriamo, allora, quali sono state le dieci vite che Michela Murgia dice di aver vissuto prima di diventare la scrittrice e intellettuale attivista di cui conserviamo il ricordo indelebile oggi.
Prima di iniziare a scrivere
Tutte le informazioni che abbiamo sulla vita di Michela Murgia sono state rese pubbliche da lei stessa in un post su Facebook datato 2019 in cui rispondeva all’ex Ministro degli Interni Matteo Salvini che la accusava di essere una radical chic ricca e snob e di non capire gli italiani. Lei, di tutta risposta, ha scritto nel post «la sinossi del mio curriculum», per farlo ricredere. Nasce a Cabras, nella provincia di Oristano, Sardegna, nel 1972. Per permettersi di frequentare l’ultimo anno del liceo inizia a lavorare in una pizzeria, mentre l’anno dopo inizia a studiare all’istituto di scienze di religiose e a lavorare in una società di assicurazioni. Una volta laureata, insegna religione nelle scuole con un contratto precario e intanto consegna cartelle esattoriali a domicilio. Per quattro anni dirige il reparto amministrativo di una centrale termoelettrica, fino a quando non testimonia in tribunale contro il suo datore di lavoro per un grave caso di inquinamento ambientale.
Allora lascia la Sardegna e si trasferisce in una località remota nei pressi del passo dello Stelvio a lavorare come cameriera in un albergo. Finita la stagione, lavora per qualche mese in un call center in cui vende aspirapolveri, esperienza di cui ha raccontato lo sfruttamento economico e le manipolazioni psicologiche cui sono soggetti i lavoratori dell’ambiente in un blog anonimo che ha attirato l’attenzione della casa editrice ISBN che ha subito mostrato interesse a pubblicare i suoi scritti. Mentre finisce il libro, lavora come portinaia notturna in un palazzo, facendo le notti in bianco per concludere le ultimi revisioni e per poi esordire nel 2006 con Il mondo deve sapere (ora Einaudi), da cui Paolo Virzì ha tratto il film Tutta la vita davanti con Sabrina Ferilli.
«Poi ho vissuto delle mie parole»
«Dal 2007 in poi ho vissuto delle mie parole, della fiducia degli editori e di quella dei lettori e delle lettrici», scrive nel post Facebook del 2019. Chiuso il blog sul call center, ne apre un altro, intitolato “Il mio Sinis”, in cui racconta l’isola sarda, anche questo diventato poi un volume: Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, pubblicato nel 2008. L’anno successivo arriva Accabadora, il romanzo che l’ha consacrata come scrittrice a tutti gli effetti e che le è valso il Premio Campiello, il Premio Mondello e il Dessì. Il titolo deriva dal termine sardo “colei che finisce” che sta a indicare figure quasi mistiche che portano la morte a coloro che non hanno più vita, praticando quindi, una sorta di eutanasia a chi vuole congedarsi dal mondo. Un altro tema che sfiora è quello della famiglia adottiva: la narratrice, infatti, dice di avere due madri, una biologica e una “dell’anima”, non di sangue ma scelta.
Nel 2011 pubblica Ave Mary. E la chiesa inventò la donna (Einaudi), in cui affronta in saggistica i temi trattati anche nel libro precedente, ovvero l’eutanasia, la posizione della donna e i legami di fatto, chiedendosi in che modo possono essere applicati alla dottrina cattolica. Scrive insieme a Loredana Lipperini nel 2013 il pamphlet L’ho uccisa perché l’amavo: falso! (Laterza) sul tema del femminicidio. Nel 2015 scrive un altro romanzo, Chirù (Einaudi), che racconta la storia d’amore tra una donna e un ragazzo molto più giovane di lei. Nel 2016 tiene una rubrica di recensioni di libri nel programma televisivo di Corrado Augias Quante Storie. È del 2018 il suo Istruzioni per diventare fascisti, un saggio provocatorio tradotto in cinque lingue in cui spiega quanto sarebbe più semplice scegliere di essere fascista: «Essere democratici è una fatica immane. Allora perché continuiamo a esserlo quando possiamo prendere una scorciatoia più rapida e sicura?».
Nel 2011 pubblica Ave Mary. E la chiesa inventò la donna (Einaudi), in cui affronta in saggistica i temi trattati anche nel libro precedente, ovvero l’eutanasia, la posizione della donna e i legami di fatto, chiedendosi in che modo possono essere applicati alla dottrina cattolica. Scrive insieme a Loredana Lipperini nel 2013 il pamphlet L’ho uccisa perché l’amavo: falso! (Laterza) sul tema del femminicidio. Nel 2015 scrive un altro romanzo, Chirù (Einaudi), che racconta la storia d’amore tra una donna e un ragazzo molto più giovane di lei. Nel 2016 tiene una rubrica di recensioni di libri nel programma televisivo di Corrado Augias Quante Storie. È del 2018 il suo Istruzioni per diventare fascisti, un saggio provocatorio tradotto in cinque lingue in cui spiega quanto sarebbe più semplice scegliere di essere fascista: «Essere democratici è una fatica immane. Allora perché continuiamo a esserlo quando possiamo prendere una scorciatoia più rapida e sicura?».
L’attivismo femminista di Michela Murgia risale sicuramente a prima, avendo anche militato politicamente con la sinistra italiana – candidandosi anche alle elezioni regionali sarde nel 2014 ma con scarsi risultati – ma è in questi anni che diffonde la filosofia del femminismo intersezionale, ovvero il riconoscimento di vari livelli di privilegio, come la razza e la classe sociale, oltre a quello del genere

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