La vegetariana, di Hang Kang, recensione di Paola Naldi

Libri per pensare | Ragazze di mezza stagione

“La vegetariana” di Hang Kang è un libro particolare. Pubblicato nel 2007, ha raggiunto fama internazionale nel 2016, vincendo l’International Booker Prize.

La protagonista Yeong-hye non ha voce, ma nel libro, diviso in tre parti, abbiamo il punto di vista del marito Cheong, del cognato e infine della sorella In-hye.

Yeon-hye lavora come grafica part time e il marito la descrive come “completamente insignificante sotto tutti gli aspetti”, il che a lui va bene, in quanto desidera una vita convenzionale, con una moglie tradizionale. La donna però, in seguito a un sogno, decide di non mangiare più carne.

Inutili i tentativi dei familiari di riportarla a un’alimentazione normale. Il marito considera la scelta come un’offesa personale e una vergogna sociale. Di fronte a un tentativo violento del padre di farle ingoiare a tutti i costi un boccone di carne, Yeon-hye fa un tentativo di suicidio. Abbandonata dal marito, vive sola e sembra avere un proprio equilibrio. Il cognato, artista visionario, ossessionato da una macchia sul corpo della donna, la coinvolge in un progetto artistico estremo, di sensualità e follia. Quando sua moglie, nonché sorella di Yeong-hye, scopre quanto avviene, i due vengono ricoverati in una clinica psichiatrica.

In-hye mantiene la sorella in una clinica e cerca di starle vicino, ma ormai Yeon-hye è in preda a un delirio distruttivo, per cui pensa di non essere più umana, ma una pianta che si nutre di sole e acqua.

Il rifiuto radicale di qualsiasi cibo, si trasforma nel desiderio di fondersi con la natura, sfuggendo alla violenza degli umani. La società non accetta le deviazioni alla norma. Yeong-hye in realtà cerca un proprio equilibrio. Da bambina ha dovuto sopportare un padre violento e poi ha trovato un marito freddo e indifferente. La sua non accettazione del mondo non trova comprensione: quella che inizialmente sembra una scelta etica, diventa via via volontà progressiva di ribellione e dissoluzione. L’autrice ci mostra spezzoni di un’infanzia vissuta all’ombra di un padre violento, la cui visione crudele del mondo, ormai interiorizzata dalla Yeong-hye adulta, tanto da renderla moglie mite e ossequiosa, si distorce nei sogni che ossessionano prima lei e poi, nella terza parte, anche la sorella. Il rifiuto di Yeong-hye per le convenzioni, il suo voler stare nuda, nutrirsi solo di sole e acqua, il suo respingere ogni tentativo delle persone che la circondano di riportarla a uno stato di “umanità accettabile”, sembra essere una risposta non solo alle violenze subite dal padre, ma anche alle costrizioni di una società estremamente ancorata alle convenzioni e alle tradizioni.

Una storia conturbante, particolare, scritta in modo mirabile. Un libro non facile, che ci costringe a riflettere sulle distorsioni sociali e la mancata comprensione della diversità.

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