Kolchoz, di Emmanuel Carrère, recensione di Paola Naldi

Libri per capire | Ragazze di mezza stagione

Il titolo prende spunto da un’esperienza dell’infanzia dello scrittore, quando il padre era in viaggio: «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». Lo stesso rituale, in un momento finale, si ripeterà nella camera dell’hospice, dove la madre sta morendo.

Il racconto nasce dalla scomparsa della madre, il 5 agosto 2023, a 94 anni e ha come perno questa figura, una donna che cercava la luce, mentre il padre ne viveva all’ombra. Questi aveva una passione per la genealogia, soprattutto per quella della moglie, così ricca di luci e ombre: un mondo nobile, poi decadente, poi rinato. Hèlène, nata Zourabichvili, fa parte di una famiglia georgiana e russo-tedesca travolta dalla rivoluzione, diventa poi storica della Russia e segretaria dell’Acadèmie francaise. All’inizio abbiamo l’omaggio nazionale agli Invalides, dove Emmenuel Macron celebra la ragazza apolide diventata incarnazione della Repubblica.

Il padre Louis raccoglie per anni dossier sulla genealogia della moglie, un lavoro preparato in silenzio, che il figlio trova alla sua morte. Pur avendo nella madre il centro evidente, il romanzo diventa anche una specie di omaggio al padre, figura struggente, innamorato della moglie, che aveva tratti aristocratici, ma lo teneva fuori dalla parte più viva della propria esistenza. L’autore va fino in fondo nel parlare della madre, figura contraddittoria, tenera e crudele, lucida e parziale.

Abbiamo la grande storia, un’emigrazione fatta di miseria, ma poi di integrazione. Gli apolidi si sono ritagliati un posto nella società francese. La madre è una specie di incarnazione della meritocrazia che allora vigeva, una donna tenera, fantasiosa, ma coriacea, con grande volontà. “Mai lamentarsi, mai spiegare” era il suo motto, non si arrende mai. Ella cerca di nascondere le circostanze della morte del padre, che pare fosse un collaborazionista, così come nasconde la propria malattia. Sono menzogne nobili. La morte è stoica, ammirevole, corona un’intera vita: la vicenda umana si chiude con questo momento luminoso.

«Nessuno l’ha mai visto uscire dalla sua stanza se non perfettamente truccata, pettinata e vestita. Quando negli ultimi giorni, nell’hospice dove era ricoverata per le cure palliative, le è stato proposto di indossare una tuta lei è assolutamente inorridita e fino alla morte è rimasta fedele alla sua identità, ma mettendo in campo anche una grande tenerezza nei nostri confronti. Ed è questo ultimo volto di mia madre che sta al cuore del libro e che mi ha ispirato nel raccontare il suo destino». Nonostante questa donna non risulti piacevole, penso alla gran fatica che ha fatto per conservare dignità e un livello elevato di preparazione e competenza.

La grande storia e quella intima, familiare, si uniscono. La guerra in Ucraina scardina l’amore di Carrère per la Russia, di cui conosce la lingua, la letteratura: dopo il 24 febbraio 2022 inizia a vederla con altri occhi, crolla un amore più culturale che reale. Si parla anche della Georgia, attraverso la figura della cugina Salomè Zourabichvili, già presidente della Repubblica Georgiana.

Abbiamo una scrittura “calma”, se così si può dire, in cui la materia autobiografica vede lo scrittore un po’ defilato.

«I miei genitori sono morti tre anni fa, entrambi erano molto anziani, avevano 94 e 93 anni, e io stesso non ero più proprio un giovanotto, avevo 65 anni. Ma anche a 65 anni ci si ritrova orfani, cioè ci si ritrova a occupare un posto diverso nel mondo. In quel momento è nato il bisogno di questo libro, perché di colpo ci si interessa di più a una dimensione verticale: alla dimensione delle relazioni con le generazioni che ci hanno preceduto, con le nostre origini. Così, dopo la loro morte ho iniziato ad aver voglia di raccontare la loro vita e poi sono risalito alla vita dei loro genitori, fino ad arrivare alla vita dei miei bisnonni abbracciando così quattro generazioni».

«È un libro che ho scritto con gioia, anche se di fatto è una elaborazione del lutto, ma è una tristezza dolce quella che mi avvolgeva. Mi è piaciuto scrivere dei miei genitori, dei miei nonni, mi è piaciuto raccontare come ci hanno formato e sono stato triste quando ho finito di scriverlo»

Un romanzo che unisce storia pubblica e privata con equilibrio, aprendo alla conoscenza di aspetti poco conosciuti della storia russa. L’ho letto con molto interesse.

Lascia un commento