accadde…oggi: nel 2003 muore Maria Uva, di Ermanno Salvatore

Maria Uva. La “Pasionaria” di Port Said | Dialoghi Mediterranei

Negli anni Trenta il Canale di Suez rappresentava uno dei punti strategici più importanti del mondo. Aperto nel 1869, quel lungo corridoio d’acqua artificiale collegava il Mediterraneo al Mar Rosso, permettendo alle navi europee di raggiungere rapidamente l’Africa orientale e l’Asia senza circumnavigare l’intero continente africano. Formalmente il Canale si trovava in territorio egiziano, ma in realtà era controllato dall’Impero britannico, che dominava militarmente l’Egitto e sorvegliava con estrema attenzione quel passaggio decisivo per i commerci e per gli equilibri geopolitici mondiali.

Fu proprio in quel contesto teso e carico di rivalità internazionali che emerse la singolare figura di Maria Uva, passata alla storia come “la ragazza del Canale di Suez”. Negli anni della guerra d’Etiopia, tra il 1935 e il 1936, migliaia di soldati italiani attraversarono il Canale diretti verso Eritrea e Somalia, le colonie africane da cui sarebbe partita l’offensiva contro l’Impero etiopico del Negus Hailé Selassié.

L’Italia fascista di Benito Mussolini puntava infatti alla costruzione di un grande impero coloniale africano. Dopo la delusione della sconfitta di Adua del 1896 – una ferita mai dimenticata dal nazionalismo italiano – il regime voleva prendersi la rivincita e dimostrare al mondo la forza della nuova Italia fascista. Le truppe italiane salpavano dai porti di Napoli, Bari, Taranto, Brindisi, Venezia e Trieste. Navi militari e piroscafi carichi di soldati, muli, automezzi, cannoni e materiali bellici attraversavano il Mediterraneo per poi infilarsi lentamente nelle acque strette e sabbiose del Canale di Suez.

Ed è proprio lì che ogni giorno si consumava una scena destinata a entrare nella leggenda. Sulle rive del Canale appariva una giovane donna italiana che agitava enormi bandiere tricolori, cantava inni patriottici e salutava i soldati attraverso un megafono. Attorno a lei si raccoglievano donne italiane residenti a Port Said, Ismailia e Suez, formando una sorta di spontanea “milizia del cuore” che accompagnava le navi lungo il loro viaggio.

Quella donna era Maria Uva. Nata in Francia nel 1906 da famiglia italiana, Maria rimase presto orfana e raggiunse in Egitto una sorella emigrata alcuni anni prima. In quel periodo l’Egitto ospitava una numerosa comunità italiana composta da commercianti, artigiani, meccanici, operai, professionisti e piccoli imprenditori. Port Said, città cosmopolita e vivacissima all’imbocco del Canale, pullulava di lingue, uniformi, caffè europei, uffici marittimi e quartieri popolari frequentati da greci, francesi, inglesi, armeni, levantini e italiani.

Maria conobbe Pasquale Uva, nato in Egitto da genitori pugliesi emigrati anni prima. Pasquale gestiva un’autorimessa a Port Said e i due si sposarono nel 1933. La loro vita cambiò improvvisamente nell’autunno del 1935. Secondo il racconto tramandato dai contemporanei, tutto iniziò quasi per caso. Al passaggio del piroscafo “Argentina”, Maria si recò sulle rive del Canale insieme ad alcuni amici italiani per salutare i soldati diretti in Africa Orientale. Sventolavano bandiere italiane e intonavano canzoni patriottiche. L’effetto fu travolgente.

I militari a bordo, lontani da casa e diretti verso una guerra difficile e incerta, rimasero profondamente colpiti da quell’accoglienza inattesa. Molti risposero agitando berretti e fazzoletti, altri cantarono insieme alle donne sulla riva. Da quel giorno Maria trasformò quel gesto spontaneo in una missione quotidiana. Ogni mattina si alzava prima dell’alba per attendere il passaggio dei piroscafi italiani. Con il marito Pasquale e altre donne della comunità italiana seguiva le navi in automobile lungo le strade che costeggiavano il Canale per decine di chilometri.

Il Canale, in molti tratti, era così stretto che i soldati potevano distinguere perfettamente i volti di quelle donne che correvano accanto ai convogli navali sventolando il tricolore. Maria cantava instancabilmente, canzoni popolari, inni patriottici, motivi napoletani, cori militari. La sua voce divenne celebre tra i legionari.

Il colonnello Varo Varanini lasciò una delle testimonianze più efficaci di quell’atmosfera:

 «Maria Uva, invocata da prora, chiamata da poppa, cantava, cantava, cantava. Ad ogni strofa un applauso fragoroso, mentre un grido formidabile si alzava dalla coperta, dai ponti, dalle cabine, dalle stive del vapore, diventato loggione, palco e platea».

I soldati finirono per attribuirle soprannomi quasi mitici: “l’Usignolo del Canale”, “la Madonna del legionario”, “l’Angelo protettore”, “la Signora di Suez”, “il Fiore italiano”. Il suo nome si diffuse rapidamente in tutta Italia e nelle comunità italiane all’estero. Le lettere dei legionari raccontavano di quella donna che, nel deserto egiziano, salutava ogni nave italiana come se accompagnasse personalmente ciascun soldato verso il fronte.

Le fotografie di Maria arrivarono persino negli Stati Uniti. A Brooklyn, nei negozi di Little Italy, venivano esposti suoi ritratti accanto alle immagini dei reparti italiani impegnati in Africa Orientale. Anche il clero italiano presente in Egitto partecipò a quell’atmosfera di mobilitazione patriottica. Padre Agostino Romoli, ricordato da molti legionari, si avvicinava alle navi a bordo di piccoli motoscafi per impartire benedizioni e portare conforto spirituale ai soldati.

Alcune donne seguirono il suo esempio e presero a utilizzare piccole imbarcazioni per avvicinarsi ancora di più ai piroscafi in transito. Quando la strada si allontanava temporaneamente dal Canale, Maria avvertiva i soldati con il megafono: “Staremo un’ora senza vederci. Ci ritroveremo più avanti, vicino a Ismailia!”. E i legionari aspettavano davvero quel nuovo incontro. Di notte restavano svegli sui ponti delle navi aspettando di rivedere le bandiere italiane e sentire nuovamente la voce di Maria riecheggiare nel silenzio del deserto.

Ma tutta quella esibizione patriottica irritava profondamente le autorità britanniche. L’Inghilterra guardava con crescente preoccupazione all’espansionismo fascista nel Mediterraneo e in Africa. Le manifestazioni organizzate dagli italiani lungo il Canale apparivano agli inglesi come provocazioni politiche e propaganda fascista in territorio controllato dalla Corona britannica. Maria e Pasquale finirono così sotto osservazione. Le autorità britanniche considerarono i coniugi Uva “very dangerous persons”, persone pericolose. A Pasquale venne revocata la licenza dell’autorimessa, privando la famiglia dell’unica fonte di reddito. Di fatto furono costretti a lasciare l’Egitto.

Nel 1937 Maria arrivò in Italia come una celebrità patriottica. Fu accolta a Roma, all’Altare della Patria, e successivamente ricevuta a Palazzo Venezia, il centro materiale e simbolico del regime fascista. Qui le venne consegnato un distintivo con il gladio romano, omaggio personale di Mussolini per il fervore dimostrato durante la campagna etiopica.

Per la propaganda fascista Maria Uva rappresentava il modello perfetto della donna italiana devota alla patria: semplice, popolare, appassionata e pronta a sostenere moralmente i soldati dell’Impero. Tuttavia il destino cambiò rapidamente dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale.

Nel clima drammatico e violento dell’Italia del dopoguerra, i trascorsi fascisti di Maria rischiarono di costarle carissimi. Vi fu persino il pericolo di una condanna a morte sommaria, come avvenne in quegli anni per numerosi personaggi compromessi con il regime. A salvarla fu soprattutto la sua cittadinanza francese, che rese il caso diplomaticamente delicato grazie anche all’intervento dell’ambasciata di Francia.

Maria conservò per tutta la vita migliaia di lettere ricevute dai soldati italiani transitati per Suez. Quelle testimonianze costituirono il nucleo del libro autobiografico Il libro di Maria, nel quale raccontò le giornate trascorse lungo il Canale durante la guerra d’Etiopia.

Pasquale Uva morì nel 1969 a Meldola, in Romagna. Maria visse invece molto a lungo, spegnendosi il 23 ottobre 2003 all’età di novantasette anni. Negli ultimi anni trascorse la vita presso l’istituto geriatrico “Davide Drudi” di Meldola, dove ricevette persino un messaggio di affettuoso saluto dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Con lei scompariva una delle figure più curiose e controverse dell’Italia coloniale: una donna che, sulle rive del Canale di Suez, trasformò canti, bandiere e saluti in una straordinaria pagina di propaganda, entusiasmo e memoria collettiva durante gli anni tumultuosi dell’avventura imperiale fascista. 

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