“Ci sono criminali ovunque tu guardi. La situazione è disperata”. Sono le ultime parole che Daphne Caruana Galizia scrive sul suo blog Running Commentary il 16 ottobre 2017, giusto pochi minuti prima di uscire di casa. Sono circa le 14.58 e un ordigno collocato sotto la sua automobile esplode lungo una strada di campagna nei pressi della sua abitazione a Bidnija, a Malta. Daphne muore sul colpo e la notizia fa immediatamente il giro del mondo. Per il suo lavoro, infatti, la cronista maltese è già abbastanza nota ma, come spesso, purtroppo, accade, è proprio la sua morte a trasformare il suo lavoro di giornalista investigativa in un simbolo internazionale della lotta contro la corruzione, l’impunità e gli attacchi alla libertà di stampa.
Daphne Anne Vella nasce il 26 agosto 1964 a Sliema, sull’isola di Malta. Cresce in una famiglia della classe media ben inserita nella vita dell’isola e già da piccola si interessa alla politica e alle questioni internazionale. Già a diciotto anni, infatti, inizia a collaborare con diversi giornali maltesi, tra cui The Sunday Times of Malta e The Malta Independent, distinguendosi per uno stile diretto e spesso polemico. Approfondendo le quesationi di politica interna, Daphne inizia a specializzarsi nei rapporti opachi tra politica, affari e criminalità. Nel 1985 sposa l’avvocato Peter Caruana Galizia, dal quale prende il cognome e dal quale avrà tre figli, Matthew, Andrew e Paul.
Nel corso degli anni ’90 e primi duemila, Daphne continua a collaborare con alcuni giornali, ma i suoi articoli spesso compromettendi cominciano già a infastidire qualcuno. E infatti, la sua firma compare sempre di meno, perché i direttori tendono a bloccarle ogni proposta. È per questo, dunque, che nel 2008 decide di aprire un blog, Running Commentary, che presto diventa il sito d’informazione più letto del Paese, surclassando quei giornali che non l’avevano voluta pubblicare. In un’isola di poco più di 500.000 abitanti, infatti, il blog raggiunge quotidianamente decine di migliaia di lettori e diventa un vero e proprio punto di riferimento per chi cerca notizie che spesso non trovano spazio nei media tradizionali. Daphne pubblica documenti, ricostruzioni, testimonianze e analisi sulle relazioni tra potere politico ed economico, sul riciclaggio di denaro, sui programmi di vendita della cittadinanza maltese, sui legami tra il settore del gioco online e la criminalità organizzata e sulle reti di clientelismo che, a suo giudizio, soffocano la democrazia dell’isola.
Proprio per il carattere degli articoli, il nome di Daphne Caruana Galizia diventa sempre più famoso e nel 2016 travalica i confini dell’isola di Malta grazie al lavoro sui Panama Papers, l’enorme fuga di documenti dallo studio legale Mossack Fonseca coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists. Le inchieste di Daphne, insieme agli altri colleghi del team investigativo, contribuiscono a portare alla luce società offshore riconducibili a figure di primo piano del governo maltese, tra cui il capo di gabinetto del primo ministro Keith Schembri e il ministro Konrad Mizzi. Inoltre, Daphne continua a indagare sulla misteriosa società 17 Black, che successivamente emergerà come elemento centrale nelle indagini sulla corruzione legata a grandi progetti energetici.
Il suo lavoro le procura numerosissime intimidazioni. Daphne, infatti, diventa bersaglio di campagne diffamatorie, riceve minacce e decine di denunce per diffamazione alcune delle quali si trasformano in processi. Ma la sua situazione è nota anche in Europa. Proprio sei giorni prima di essere uccisa, infatti, Daphne Caruana Galizia parla al Consiglio d’Europa. “Mi trovo in una situazione in cui persone che non sono nemmeno in grado di leggere l’inglese… sanno che dovrebbero odiarmi e reagiscono verso di me su questa base”, dice, raccontando anche di non aver ricevuto misure di protezione efficaci, nonostante esplicite minacce di morte.
E infatti, il 16 ottobre 2017 Daphne Caruana Galizia viene ammazzata.
L’assassinio suscita un’ondata di indignazione internazionale. Sul luogo dell’attentato arriva per primo il figlio Matthew, anch’egli giornalista investigativo, che trova i resti dell’automobile distrutta dall’esplosione. La famiglia denuncia immediatamente che la responsabilità non può essere limitata ai soli esecutori materiali, ma riguarda anche il sistema di impunità nel quale la giornalista era stata costretta a lavorare. Le indagini, inizialmente condotte con il supporto di esperti internazionali, portano all’arresto di George Degiorgio, Alfred Degiorgio e Vincent Muscat come esecutori materiali dell’attentato. Vincent Muscat si dichiara colpevole nel 2021 e collabora con gli investigatori e successivamente anche i fratelli Degiorgio vengono condannati. Nel 2024 una giuria maltese riconosce colpevoli Jamie Vella e Adrian Agius per avere fornito l’ordigno utilizzato nell’attentato, mentre rimane ancora in bilico la posizione dell’imprenditore Yorgen Fenech, accusato di avere commissionato l’omicidio ma dichiaratosi innocente.
Un passaggio decisivo arriva, però, dalla inchiesta pubblica indipendente istituita nel 2019 dopo le forti pressioni della famiglia, delle organizzazioni internazionali e delle istituzioni europee. Le conclusioni della commissione, pubblicate nel luglio 2021, affermano che lo Stato maltese deve essere ritenuto responsabile per avere creato “un clima di impunità” che ha reso possibile l’assassinio della giornalista. Secondo la commissione, le istituzioni non hanno protetto Daphne Caruana Galizia nonostante fosse evidente il rischio crescente cui era esposta e non hanno saputo contrastare l’intreccio tra interessi economici, criminalità e potere politico. L’omicidio di Daphe crea comunque delle ripercussioni politiche a Malta. Le rivelazioni emerse durante le indagini e le proteste popolari, infatti, contribuiscono alle dimissioni, nel dicembre 2019, del primo ministro Joseph Muscat, pur senza attribuirgli responsabilità penali per l’assassinio.
Nel frattempo, il lavoro di Daphne continua grazie al progetto internazionale The Daphne Project, attraverso il quale decine di giornalisti di tutto il mondo riprendono e sviluppano le sue inchieste affinché il suo assassinio non riesca a mettere a tacere le informazioni che stava raccogliendo. La sua famiglia crea, inoltre, la Daphne Caruana Galizia Foundation, impegnata nella difesa della libertà di stampa, della giustizia e dello Stato di diritto.
La vicenda di Daphne Caruana Galizia rappresenta uno dei casi più emblematici del giornalismo europeo contemporaneo, non a caso a lei è dedicato un premio europeo per il giornalismo investigativo. La sua storia mostra come la ricerca della verità possa entrare in conflitto con interessi economici e politici radicati, ma anche come il lavoro di una singola giornalista possa sopravvivere alla violenza grazie alla solidarietà internazionale e alla determinazione di chi continua a chiedere giustizia. Le sue ultime parole pubblicate sul blog sono diventate il simbolo della sua eredità morale: la denuncia di un sistema in cui la corruzione era ormai così diffusa da apparire, ai suoi occhi, onnipresente. Ancora oggi il suo nome è associato alla difesa della libertà di informazione e alla convinzione che nessuna democrazia possa dirsi tale se chi indaga sul potere viene lasciato solo.

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