quando la metà del globo diventa invisibile, di Giulia Negri

Quando la metà del globo diventa invisibile

Secondo moltissime persone non c’è più bisogno del femminismo, la parità è stata ormai raggiunta. Ecco, se vi ritrovate in questa frase, la lettura di questo libro dovrebbe essere imprescindibile. In realtà lo è anche se siete femministi o femministe convinti/e, per riuscire a capire quanta strada c’è ancora da fare. Caroline Criado Perez, in “Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano.”, ci mostra come l’assenza di dati di genere in pressoché ogni campo dello scibile umano sia non solo ingiusto, ma anche controproducente e pericoloso. Perché se in alcuni casi l’utilizzo di una prospettiva che tenga conto anche delle esigenze e degli stili di vita femminili può portare a benefici di tipo economico, ignorare sistematicamente il corpo femminile, e il modo in cui funziona, uccide.

In un periodo in cui si sente molto parlare di asterischi e schwa, con molti detrattori che li ritengono una misura non necessaria, ci si potrebbe chiedere se queste discussioni sulle parole abbiano qualche effetto sulla vita reale: la risposta è sì, e ha anche qualche anno. Secondo un’indagine del Forum economico mondiale del 2012, nei Paesi dove si parlano lingue con i generi grammaticali, e quindi in quasi tutte le frasi è presente un’idea forte di maschile e femminile, le disuguaglianze tra i sessi sono più marcate. L’antropologa Sally Slocum, nella sua critica all’orientamento maschile degli studi antropologici, sottolineava i problemi presenti non solo nell’interpretazione dei dati, ma anche nel linguaggio, scrivendo che la parola uomo «è usata in modo talmente ambiguo che è impossibile stabilire se si riferisca ai maschi oppure alla specie umana in generale». 

“La storia del genere umano. La storia dell’arte, della letteratura, della musica. La storia dell’evoluzione. Ci sono state presentate come fatti oggettivi, ma in realtà nascondono un inganno, giacché sono distorte dalla mancata percezione di metà del genere umano, e persino dalle stesse parole che vorrebbero esprimere quelle mezze verità. Una mancata percezione che ha creato vuoti informativi, che ha alterato ciò che pensiamo di sapere su noi stessi e alimentato il mito dell’universalità maschile.” E questa universalità emerge nella progettazione di strumenti e servizi che tengono conto solo dell’anatomia, della fisiologia e delle abitudini maschili, perché si pensa che il corpo femminile sia solo un corpo maschile un po’ più piccolo (apparato riproduttivo a parte), senza esigenze specifiche, che una volta terminate le ore di lavoro in ufficio non ha altre incombenze. Gran parte delle attività svolte dalle donne rimangono sommerse, non si tiene conto di tutto il lavoro “nascosto” che va dalle faccende domestiche, all’accudimento dei figli, alla cura di genitori o altri parenti anziani. Si tratta di lavoro non retribuito, di cui le donne si sobbarcano una quota di tre volte superiore a quella degli uomini, così come dedicano il doppio del tempo alla cura dei figli e il quadruplo a quella della casa. 

“Invisibili racconta quel che succede quando ci si dimentica di prendere in considerazione metà del genere umano.”

Il libro “denuncia i danni provocati dall’assenza di dati di genere lungo il corso più o meno normale della vita di ogni donna. Pianificazione urbana, politica, lavoro: questi sono alcuni dei settori dove il danno è più evidente. Per non parlare della sorte che, in un mondo costruito su dati maschili, attende le donne a cui le cose vanno male. Le donne che si ammalano, o che perdono la casa in seguito a un’inondazione, o che da quella casa devono allontanarsi per colpa di una guerra.” Eppure non manca la speranza, perché ogni capitolo non è altro che un appello al cambiamento, dopo aver analizzato i numeri e indicato quali sono i settori in cui è più urgente farsi sentire, tornare a essere visibili.

“Invisibili” è una lettura spiazzante, a volte amara e un po’ scoraggiante: non immaginavo che ci fosse una cecità profonda e comune a pressoché ogni ambito. Credo che il capitolo più sorprendente sia quello sulla medicina: sapere che tutte, quando prendiamo un farmaco, stiamo in realtà assumendo una formulazione che è stata principalmente testata su un campione maschile e magari non è ottimale per noi, non è esattamente una scoperta da poco. Per fare un esempio, il ciclo mestruale incide sugli effetti di numerosissimi farmaci, dagli antipsicotici, agli antistaminici, agli antibiotici, agli antidepressivi, eppure se le donne partecipano alla sperimentazione di un farmaco ci si assicura che si trovino all’inizio della fase follicolare, quando i livelli ormonali sono al minimo e siamo “più simili” agli uomini. Ma semplificare sempre ha un costo, che viene pagato con la nostra salute.

Per esempio, un’équipe di ricercatori avrebbe consigliato nel 2014 di produrre una versione maschile e una femminile del vaccino antinfluenzale, visto che le donne sviluppano in genere un numero maggiore di anticorpi e tendono ad avere reazioni avverse più frequenti e gravi. All’università si studiano ancora la fisiologia e la fisiologia femminile, l’anatomia e l’anatomia femminile, come se fossimo strane eccezioni e il corpo per definizione fosse quello maschile. Il risultato è che per le pazienti che hanno subito un infarto la probabilità di ottenere una diagnosi errata è del 50% superiore rispetto alla controparte maschile.

Sempre in tema di sicurezza, non è complicato capire che se le automobili sono progettate e testate solo su corpi maschili, per quelli femminili potrebbe esserci qualche problema. Le donne non sono uomini in miniatura: la massa muscolare è distribuita in modo diverso, le ossa sono meno dense, anche gli spazi tra le vertebre sono differenti, così come le oscillazioni posturali. Non parliamo, poi, di un corpo che sta portando avanti una gravidanza. Tutto questo si traduce in rischi maggiori per la popolazione femminile alla guida (anche perché i test che vengono fatti con una versione ridotta del manichino maschile lo vedono sempre posizionato al posto del passeggero). Stessa cosa per l’abbigliamento protettivo o antinfortunistico, come maschere antipolvere e antigas, scarponi antinfortunistici, giubbotti antiproiettile… Non si tratta solo di un problema di comodità, ma di strumenti che diventano un ostacolo al lavoro stesso che si deve svolgere, con conseguenze a volte anche fatali.

Gli esempi virtuosi riportati fanno capire come sarebbe semplice avere un mondo un po’ più a misura di persona, e non solo di uomo. Dal modo in cui vengono pulite le strade dalla neve, a quanto vengono finanziati gli sport femminili, a come vengono strutturati complessi abitativi, parchi pubblici e aree gioco, in tutte queste situazioni è emerso come sia stato sufficiente raccogliere i dati per rendersi conto di come fosse meglio agire. Come sia bastato, insomma, accorgersi che le donne esistono.